Stavamo tanto bene… (ancora su Rosalie)

28 ottobre 2011

Stavamo tanto bene…

Chissà cosa deve aver pensato, il povero Mr G, quando Oscar si è presa in casa Rosalie. Io non credo che sia stato tanto contento. Nanny sì, magari, a riempire con un diversivo la caotica monotonia di una donna impegnata (e, m’immagino, volitiva). Ma lui? Non l’avrà subita? Non avrà temuto una terza incomoda a rovinare le tranquille serate da catanonni che lui e Oscar erano soliti trascorrere, davanti al caminetto, sbevazzanti, e lui, lì, porello, a lanciarle sguardi in tralice, lei, bella, nel riflesso delle fiamme, e stanca, o allegra, o niente; a pensare – lui – la sbronzo e ci provo; no, non ci provo mi pesta; quanto è bella. Quanto è stronza. Quanto non la sopporto più. Fuggo. Resto. È inutile, io sono qui. Resto qui (chiosato, poi, nel memorabile “E’ inutile fuggire”). O, sempre nelle stesse serate, nelle di lei stanze, ad ascoltare (lui, paziente) il piano (stonato, che prova e riprova, e il senso del vero non trova… LOL, scherzavo, ode al sommo Guccini!).

Fatto sta che Rosalie viene letteralmente imposta da Oscar e catapultata nel quieto ménage à deux che lei e il Grandier conducevano, e non si fa certamente problemi ad imporsi. La discrezione non è certo una delle sue virtù. Contrariamente ad André, che, a quanto pare, o per conservare i propri spazi, o per non devastare quelli di Oscar, sembra essere una presenza più discreta – a parte che assistere Oscar è il suo lavoro -, Rosalie, invece, pretende di esserci, si offende, urla, strepita, cavalca il senso di colpa, senza mai porsi il problema e mai chiedersi se sia inopportuna, se disturbi, se quei due poveri cristi non abbiano, nella vita, altro da fare che farle da babysitter.

Certo, obietterete, Oscar se l’era presa in casa (salvo, poi, con raro colpo di genio, sbolognarla al bieco Bernard).

Ma Mr G? ^_-;


Bell’amica, Rosalie…

21 ottobre 2011

Bell’amica, Rosalie…

Rosalie è una sanguisuga. Succhia energie e affetto e aiuto ai vari personaggi attorno a sé, e tutto trattiene. Infatti sopravvive a tutti. Sempre che l’autrice, in un ripensamento tardivo, non decida di accoppare anche lei.

Ripensavo alla notte che Oscar, a Parigi, trascorre, sola, dopo la morte di André. Una notte di disperazione. Solitudine, appunto. Oscar, nel suo dolore, è granitica, inavvicinabile. Intimidisce, questa guerriera sopraffatta dall’amore. Sconfitta dal dolore. Solo Alain fa qualche passo. Osa. Soffre anche lui. Glielo dice. E, anche lui, nella profonda incomunicabilità di quel muro che Oscar ha eretto attorno a sé, si allontana. È una scena silenziosa, quella. Azzurro, freddo, giusto il fuoco. Pochi passi. Lei, muta, vinta, sui gradini. Piegata.

Va bene, ma Alain è arrivato da relativamente poco, nelle loro vite. Comprensibile che vi sia una sorta di distanza, ancora. È, nelle intenzioni di Dezaki, un mentore. Opera anche attraverso di lui (e André) quell’elaborazione politica che, nel manga, Oscar scala quasi da sola, complice Bernard.

Rosalie, invece, sarebbe lì. È coinvolta nei moti. La vediamo accanto al marito, sulle barricate. È presente. Poi, scompare. Rosalie che, da Oscar, ha preso e avuto moltissimo. E non solo in termini materiali. Rosalie che si lagna e si appoggia a lei; che, egoista, la richiama nelle sue assenze. Pretende attenzione quando le fa comodo. Urla quello che André sopporta silenziosamente. Rosalie, quindi, che ad Oscar è stata vicina, parecchio.

Ebbene, questa bell’amica, dov’è, nel momento peggiore per Oscar? Assente. Salvo ricomparire a piangerla (ed estenuarla, povera Oscar, neanche moribonda…) dopo la Bastiglia, al momento della dipartita, e dopo, magari intonando ufficialmente il De profundis e raccogliendo consolazioni, consensi, protagonista e al centro del palcoscenico, libera dall’ingombrante Oscar. Non è in riunione col marito, non si vede. Da par suo, da bella opportunista egoista e profittatrice, che si attacca a qualcuno quando le serve e le è utile, se ne sta altrove. Si suppone, in casa sua.

Certo, sarebbe stato oltremodo antipatico vederla comparire, pletorica, piangente ed estenuante. Pure capace di farsi conosolare lei e arrivare a richiamare attenzione. Oscar magari le avrebbe tirato dietro il braciere (sìììììììììììììììì). O, magari, no. Resta questa bella, inequivocabile, tonante assenza. Rosalie, che Oscar ha accolto, protetto, consolato, sostenuto, quando sarebbe la volta di Oscar di avere un essere umano vicino, non c’è. Oscar è sola.

Perfettamente realistico.

Sublime lezione di Dezaki.


Da Silvia: “Non avere paura…”

15 ottobre 2011

André:  “Non avere paura…”

Ho sempre trovato bello, nella tavola ikediana, che riesca a restituire ciò che deve aver provato Oscar ad ascoltare dirsi quelle parole.

Sono tavole animate: sembra di sentire la carezza di André che accompagna la frase, il calore della sua mano, il tono basso e dolce, la luce tenera di come la guarda (quegli occhi, che un attimo, poche tavole, prima, erano volitivi e ardenti).

Poche parole, perché di più non c’è bisogno. Non serve che dica “Ti amo” quando lo vedi così.

“Non avere paura” di ciò che provi, di ascoltare quello che senti, di non fare la cosa giusta, di soffrire. Guardami e guardati dentro, non aver paura di guardare.

Amare lui è la realizzazione, e non la negazione, di se stessa. Lasciarsi essere donna non cancella quello che ha vissuto, così come ciò che è stata non le impedisce di essere ancora altro. Perché lui l’ha amata sempre, comunque fosse, perché era lei. Perché era donna anche come era. Era lei.

André conosce la paura, perché ne prova, e non la teme. Forse per questo sa essere così rassicurante. Chi ammette la paura, è in grado di affrontarla. E l’altra sa di non essere sola. Ciò che spaventa nella paura è la solitudine. Ecco perché Oscar sa che veramente può non aver paura, quando lui le dice di non averne. Perché lo vede in lui, quell’essere insieme.

“Non avere paura”, perché sono io, e ci sono io.

C’è una frase di Roberto Vecchioni, tra le tante che André potrebbe dire, sottintesa in quel silenzio, che (lo credo fermamente) una donna sarebbe felice di ascoltare, e che Oscar stessa (del resto) ha pensato con le proprie parole, poche tavole prima:

“Non mi confonderò mai più con questa compagnia di genii, sempre pronti – sempre con il “coso” in mano – a dire ‘Come siamo bravi, Dio, ma come siamo bravi!’, e che da piccoli era meglio che giocassero al meccano…  È più difficile spostare l’esistenza poco più giù del cielo, e diventare un uomo. Per te.” (*)

E con lui che le fa silenzio attorno, in quell’attimo in cui la tiene (quel silenzio che significa “Ti amo” e nient’altro, quando lo vedi così), lei può dire ciò che sente davvero, che dentro desidera: “Sono… tua”, e lasciarsi sorridergli.

E di che cosa avrebbe potuto avere paura, Oscar? Di non sapere come si fa? Di sentire male? Di non essere “brava”? Di restare incinta?… quanto l’ho sentita vera in questo!!

In quel momento, non c’è ragione che tenga, è solo l’intuito istintivo, la sensibilità intima scoperta e primaria.

L’istinto di lui di proteggerla, e volere che lei voglia (avrebbe anche potuto prenderla e baciarla, anestetizzarla con la passione, convincerla a cedersi abbandonandosi sotto i suoi baci… invece, giammai: come intenerisce lo sguardo che fino a poche tavole prima era impaziente, bramoso!!); l’istinto di lei, di potere fidarsi e affidarsi, farsi accogliere, accettare il suo desiderio e il proprio desiderarlo.

Anche Girodel le ha offerto, con ragionevoli motivazioni, affetto e protezione. Sinceramente. Ma non basta. Perché non basta la ragione. Perché lei, Girodel, non lo ama. Perché ama già un altro, anche se non se ne rende compiutamente conto. Ma a quel punto, al punto in cui due corpi arrivano a sfiorarsi, non può più ignorarlo, istintivamente. Perché l’intuito istintivo del cuore (**) desidera accanto un’altra persona, e per sempre. Tanto che non esiste “sempre” senza di lui.

“Sono tua”, risponde Oscar, sorridendo, rincuorata, mi verrebbe da dire: perché le parole di lui le hanno aperto il cuore, come il vento che spalanca gli scuri. E guardandosi dentro, senza paura, vede che gli appartiene.

E non ha paura di essere sua, né che lui sia parte di lei.

(*) ammetterete che, se anche il significato può essere lo stesso , la forma è ben diversa dagli zoccoli satireschi…

(**) (Sto parlando, beninteso, di un impulso istintivo del cuore, non di “istinto” nel senso comune e “animale” di soddisfacimento di un bisogno.  Per come la sento io (forse “con il cuore nelle mutande”), è un intuito vicino all’istinto di conservazione: non semplicemente il volersi soddisfare nei sensi, ma il sentimento che non ne verrà del male, che è una situazione “sicura”. Che è la cosa buona da fare, ma non per calcoli razionali, per sentimento. È un intuito. Probabilmente uno psicologo avrebbe da ridire su questi termini e su come li uso e – forse – anche su come li intendo, ma non riesco a spiegarmi meglio. È veramente un’intuizione).



Pur sempre zoccoli…

11 ottobre 2011

Divergono le traduzioni. A me, però, resta impressa quella Granata. La dichiarazione di Oscar e André. Una sorpresa, perché la Fabbri l’aveva alterata, Mangazine aveva dato anticipazioni di vignette mai viste, io le avevo ingrandite e appese nella mia stanza all’università, [tanto che, quando mio fratello ospitò mio cugino (nella mia stanza ^^), quello si scandalizzò] e, così, quella fu la prima volta.

E, tra le tante traduzioni, sarà anche il senso di nuovo e di stupore, la sorpresa, il senso di scoprire, finalmente, la versione originale, continuo, anche ora, dopo tanti anni, a trovarla la più suggestiva.

Zoccoli a parte. O, Sonia docet, il fossile color seppia. -_-; Come diceva Syd, stendiamo un velo pietRoso. Ma quella degli zoccoli era la scene d’amore, qui parliamo (e il fossile ci sta) della dichiarazione che, nel manga, avviene dopo la liberazione di Oscar, diverso tempo prima del 12 luglio. Perché la cronologia del manga è differente e, come notava Francesco Prandoni, tutta la storia tra Oscar e André è narrata con molta delicatezza.

Ma, a parte gli svarioni o le differenti versioni, a parte le inevitabili ridondanze ikediane, che bella! Che delicatezza. Oscar, prima irruente, che, poi, quasi si fa spaventata e chiede rassicurazioni. Oscar che si abbandona ad André e lui che quasi l’avvolge, in quell’abbraccio. E che tenerezza, che dolcezza quelle parole. “Vuoi mille o diecimila giuramenti?” Che bellezza. André che capisce le sue insicurezze, e parla per spazzare le paure di lei, dritto al punto. “Le mie parole sono solo due.”

Io l’ho sempre trovata bellissima.


Da Silvia: a quale titolo? – Pensieri sull’addio di Fossati

7 ottobre 2011

già postato sul Google Group “Il Giullare”

Dicono che c’è tempo per seminare, e uno più lungo per aspettare. E un tempo perfetto per fare silenzio.
Probabilmente per Ivano questo è il tempo perfetto. Mi sono chiesta se lo fosse anche per me.

Da una parte, mi verrebbero molte cose da dire, anche cattive (qualcuna, confesso, mi è scappata).

Dall’altra, mi chiedo in fondo che diritto ne ho. Più che “diritto”, visto che lui non ha certo un “dovere” verso le persone che pure gli comprano i dischi, quale titolo posso avere io di commentare la sua scelta?

Ecco, cercando questo eventuale titolo sono andata a frugare dentro le mie tasche e a guardare dietro le mie spalle. Per poi rispondermi.

Così, ho visto un po’ di tempo. Lontano? Non lo so. È lontano il tempo in cui si è seminato, al momento in cui raccogli? Quello che oggi raccolgo di me, porta anche il suo aiuto nel coltivarlo. Siamo stati contadini, noi due (io e Ivano: c’è stato un tempo in cui mi ha insegnato a scavare, dissodare, rivoltare le zolle, estirpare radici), senza conoscere la terra. Non almeno quella che stavamo coltivando, visto che lui ignorava chi io fossi – e io pure, essendoci incontrati nel momento critico dei miei anni verdi. Periodo di aridità percepita e avidità patita, altro che tre mesi che non piove.

“La terra ha sete”, diceva (lui, fuor di metafora) mio nonno quando “la roba dell’orto” aveva da nascere. Anche io avevo sete, perché avvertivo che avevo bisogno che fiorisse “qualcosa”.

E fame, negata con la forza di chi non ammette le proprie debolezze. Divoravo i libri, per farmi raccontare le parole che non sentivo. Che non sentivo non in casa (però la casa non bastava più), ma fuori. Però negavo la fame, per non ammettere che non riuscivo a bastarmi. Ma la chiusura giunge a un punto in cui la negazione rischia di essere di se stessi. E di tutti i semi che ti cadono addosso e attendono di essere coltivati.

Le parole scritte sono tanto, ma una voce è diversa. Quella voce per me è stata quella di Ivano. Le sue parole&musica sono stati gli arnesi per spaccare quella crosta e coltivare quella terra dove andare. Sono state vomere e roncola, pioggia e fulmine, uomo e api, lunario e calendario. Salci per legare e pali di vigna. Sono state semi a loro volta, talea, radici accoltellate, rami sempreverdi, pianta rifiorente. Attesa e ritrovarsi, ricerca e costruzione.

Latta, legno, pezzi di temporale. Carte da decifrare come le istruzioni di una sostanza che può essere velenosa o le prescrizioni di piantagione. Stagioni intere, e a me sembra ieri se oggi ci ripenso.
E lui non lo sa, come non lo sa il contadino da cui compri le piante per il tuo orto, o quello che viene, come usa, a innestarti la vite, o il potino del frutteto.

Di quel che ho fatto io, con le sue parole e col modo in cui le attaccava alla musica, sono io sola responsabile, orgogliosa, o colpevole. Lui ha fatto la rete, ma il modo in cui l’ho tirata sul mondo  per imbrigliarne la frana o segnare il mio terreno o raccogliere i frutti, è opera mia.

Quindi, forse, dipende da quel terreno – che oggi conosco un po’ di più anche per averlo lavorato assieme – se i semi che egli vende oggi (quelli dopo “Lampo” …) non attecchiscono.

E per tornare al titolo, dunque, che titolo ho di prendermela con lui e di sentirmi – boh? – delusa? Unico titolo me lo danno le stagioni trascorse insieme. M è un titolo valido, erga omnes? Nel momento cioè in cui pretendo di spiegarlo a un’altra persona che mi chiede “in fondo, a te che ne viene??”. Troppo complicato, finire a parlare di sé (di me). La mia vita, parla solo a me, anche se usa parole&musica di Fossati. Che non riesce a ridurre a semplice cantante tra tanti.
C’è qualcos’altro oggettivamente?
Mi mancherà? Difficile, visto che ho tutti i suoi dischi e so dove ricercarli (e dove ricercare quei certi pezzi di me – quelle domande di allora – che a volte possono mancarmi un po’).
Mi mancherà, però, l’attesa di novità da lui. Ecco, quella sì. Sapere che sarebbe uscito un suo disco nuovo, e l’avrebbe presentato, e ne avrebbe parlato. E poi l’avrei scoperto, e in esso nuove domande, e risposte, e il gioco che ricomincia – con la stessa gioia verdissima. Veder crescere il suo disco nella mia vita. Tempo per seminare e uno, più lungo, per aspettare.

Questo, mi mancherà.
Vaffanbagno, Ivano (visto che vai al mare, e pure in Cote d’Azur), proprio oggi che avrei avuto voglia di ritrovarti, in questo mal tempo di nani e ballerine da cui siamo declassati prima di tutto davanti alla nostra dignità civile.

Un’amica mi ha linkato, stamani, l’editoriale del Corriere dal titolo “Il sipario strappato”. Mi sono resa conto che istintivamente ho pensato che parlasse del tuo ritiro. Ovviamente, leggendolo parlava di tutt’altro, della crisi che ci circonda, dei guitti che fanno il solito teatrino del potere.

Fraintendere quel titolo, però, mi ha portato a interrogarmi sull’altro, titolo. Se ne avessi di sentirmi triste della tua scelta. Dico che ne ho. So che è una parte che mi mancherà. Specialmente oggi che l’altro sipario (quello su cui titolava invece il Corriere) non si abbassa.

E come ha scritto Francesco, avrei preferito tu lo dicessi in fondo, dopo il tour. Non è bello andare a un concerto e sapere che sarà l’ultimo.

Cerco sempre un futuro, specialmente bello, e mi mancherà doverti cercare indietro.

Anche se in un tempo sognato, che bisognava sognare.

E però, buontempo.