Da Silvia: a quale titolo? – Pensieri sull’addio di Fossati

già postato sul Google Group “Il Giullare”

Dicono che c’è tempo per seminare, e uno più lungo per aspettare. E un tempo perfetto per fare silenzio.
Probabilmente per Ivano questo è il tempo perfetto. Mi sono chiesta se lo fosse anche per me.

Da una parte, mi verrebbero molte cose da dire, anche cattive (qualcuna, confesso, mi è scappata).

Dall’altra, mi chiedo in fondo che diritto ne ho. Più che “diritto”, visto che lui non ha certo un “dovere” verso le persone che pure gli comprano i dischi, quale titolo posso avere io di commentare la sua scelta?

Ecco, cercando questo eventuale titolo sono andata a frugare dentro le mie tasche e a guardare dietro le mie spalle. Per poi rispondermi.

Così, ho visto un po’ di tempo. Lontano? Non lo so. È lontano il tempo in cui si è seminato, al momento in cui raccogli? Quello che oggi raccolgo di me, porta anche il suo aiuto nel coltivarlo. Siamo stati contadini, noi due (io e Ivano: c’è stato un tempo in cui mi ha insegnato a scavare, dissodare, rivoltare le zolle, estirpare radici), senza conoscere la terra. Non almeno quella che stavamo coltivando, visto che lui ignorava chi io fossi – e io pure, essendoci incontrati nel momento critico dei miei anni verdi. Periodo di aridità percepita e avidità patita, altro che tre mesi che non piove.

“La terra ha sete”, diceva (lui, fuor di metafora) mio nonno quando “la roba dell’orto” aveva da nascere. Anche io avevo sete, perché avvertivo che avevo bisogno che fiorisse “qualcosa”.

E fame, negata con la forza di chi non ammette le proprie debolezze. Divoravo i libri, per farmi raccontare le parole che non sentivo. Che non sentivo non in casa (però la casa non bastava più), ma fuori. Però negavo la fame, per non ammettere che non riuscivo a bastarmi. Ma la chiusura giunge a un punto in cui la negazione rischia di essere di se stessi. E di tutti i semi che ti cadono addosso e attendono di essere coltivati.

Le parole scritte sono tanto, ma una voce è diversa. Quella voce per me è stata quella di Ivano. Le sue parole&musica sono stati gli arnesi per spaccare quella crosta e coltivare quella terra dove andare. Sono state vomere e roncola, pioggia e fulmine, uomo e api, lunario e calendario. Salci per legare e pali di vigna. Sono state semi a loro volta, talea, radici accoltellate, rami sempreverdi, pianta rifiorente. Attesa e ritrovarsi, ricerca e costruzione.

Latta, legno, pezzi di temporale. Carte da decifrare come le istruzioni di una sostanza che può essere velenosa o le prescrizioni di piantagione. Stagioni intere, e a me sembra ieri se oggi ci ripenso.
E lui non lo sa, come non lo sa il contadino da cui compri le piante per il tuo orto, o quello che viene, come usa, a innestarti la vite, o il potino del frutteto.

Di quel che ho fatto io, con le sue parole e col modo in cui le attaccava alla musica, sono io sola responsabile, orgogliosa, o colpevole. Lui ha fatto la rete, ma il modo in cui l’ho tirata sul mondo  per imbrigliarne la frana o segnare il mio terreno o raccogliere i frutti, è opera mia.

Quindi, forse, dipende da quel terreno – che oggi conosco un po’ di più anche per averlo lavorato assieme – se i semi che egli vende oggi (quelli dopo “Lampo” …) non attecchiscono.

E per tornare al titolo, dunque, che titolo ho di prendermela con lui e di sentirmi – boh? – delusa? Unico titolo me lo danno le stagioni trascorse insieme. M è un titolo valido, erga omnes? Nel momento cioè in cui pretendo di spiegarlo a un’altra persona che mi chiede “in fondo, a te che ne viene??”. Troppo complicato, finire a parlare di sé (di me). La mia vita, parla solo a me, anche se usa parole&musica di Fossati. Che non riesce a ridurre a semplice cantante tra tanti.
C’è qualcos’altro oggettivamente?
Mi mancherà? Difficile, visto che ho tutti i suoi dischi e so dove ricercarli (e dove ricercare quei certi pezzi di me – quelle domande di allora – che a volte possono mancarmi un po’).
Mi mancherà, però, l’attesa di novità da lui. Ecco, quella sì. Sapere che sarebbe uscito un suo disco nuovo, e l’avrebbe presentato, e ne avrebbe parlato. E poi l’avrei scoperto, e in esso nuove domande, e risposte, e il gioco che ricomincia – con la stessa gioia verdissima. Veder crescere il suo disco nella mia vita. Tempo per seminare e uno, più lungo, per aspettare.

Questo, mi mancherà.
Vaffanbagno, Ivano (visto che vai al mare, e pure in Cote d’Azur), proprio oggi che avrei avuto voglia di ritrovarti, in questo mal tempo di nani e ballerine da cui siamo declassati prima di tutto davanti alla nostra dignità civile.

Un’amica mi ha linkato, stamani, l’editoriale del Corriere dal titolo “Il sipario strappato”. Mi sono resa conto che istintivamente ho pensato che parlasse del tuo ritiro. Ovviamente, leggendolo parlava di tutt’altro, della crisi che ci circonda, dei guitti che fanno il solito teatrino del potere.

Fraintendere quel titolo, però, mi ha portato a interrogarmi sull’altro, titolo. Se ne avessi di sentirmi triste della tua scelta. Dico che ne ho. So che è una parte che mi mancherà. Specialmente oggi che l’altro sipario (quello su cui titolava invece il Corriere) non si abbassa.

E come ha scritto Francesco, avrei preferito tu lo dicessi in fondo, dopo il tour. Non è bello andare a un concerto e sapere che sarà l’ultimo.

Cerco sempre un futuro, specialmente bello, e mi mancherà doverti cercare indietro.

Anche se in un tempo sognato, che bisognava sognare.

E però, buontempo.

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One Response to Da Silvia: a quale titolo? – Pensieri sull’addio di Fossati

  1. lauraslittlecorner ha detto:

    Credo che un autore abbia diritto di “staccare”, per quanti sogni noi gli affidiamo. Per quante speranze, pensieri, attimi, significati – forse molti più ancora di quelli originari -. Credo che la cosa triste sia pensare di non averlo nel futuro, di non avere futuro, di non potersi chiedere, per sua volontà chiara, che scriverà. Il sentirsi defraudati della speranza e, perché no, della curiosità. Quando amiamo un autore, ne adottiamo i testi, i significati. Le ricorrenze, i personaggi. I pensieri, i temi. Fossati è sempre stato molto vasto, se posso dirlo, proprio nella sua capacità di scrittura, di essere autore e di raggiungere più artisti. Nel saper cercare nell’italiano, nella lingua, nel farla musicale, e forte, e vera. E’ una cosa triste, ma è giusto così. E’ anche molto coraggiosa, questa scelta. Netta. Fa parte, se vogliamo, di un dialogo franco e adulto col pubblico, suo simile, suo amico.
    A me manca l’idea di poter pensare di cercarlo oltre, avanti. E’ la speranza, di cui ci defrauda. E noi, da brave ikediane, dovremmo capire. Azz’, ecco un altro sadico! ^^

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