So long, and thank you, Shingo

http://lecomptoirdelabd.blog.lemonde.fr/2011/12/01/shingo-araki-rejoint-les-etoiles/
http://www.animeland.com/news/voir/3153/Deces-de-Shingo-ARAKI

http://vitadigitale.corriere.it/2011/12/01/da-actarus-a-lupin-e-morto-il-disegnatore-shingo-arachi/

La notizia mi è stata data da Annalisa e Shophy qualche ora fa, ma WordPress non funzionava e così la posto ora.
http://www.apollodoro.it/articolo/morto-shingo-araki-addio-al-character-designer-di-goldrake-dei-cavalieri-dello-zodiaco-e-di-lady-oscar/3733/

Per me Shingo Araki significa gli episodi più belli delle serie storiche, quelli più importanti che venivano affidati al suo staff, soprattutto prima che il suo stile cambiasse, ingentilito da Michi Himeno.
Significa un Actarus bellissimo, Maria, Tetsuya, Hiroshi.
Significa quel primo, bellissimo, disneyano episodio di Lady Oscar, che mi ha sempre ricordato tanto il primo di Lulù.
Significa Bia, e altri ancora, perché ha prestato la penna, anche in seguito, ad altri personaggi che non erano nati in mano a lui.

Grazie, allora, per averli resi tutti un po’ più belli e aver donato loro quella scintilla in più.

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15 Responses to So long, and thank you, Shingo

  1. Shophy Zegarra ha detto:

    Oh, grazie. Ho pianto con la morte di Rubina, tanti petali di fiore, buhhh!!!

  2. lauraslittlecorner ha detto:

    Sì, è così, e grazie per queste parole così belle… viene da chiedersi come mai noi abbiamo subito quella fascinazione, proprio di quel tratto, intendo, e non di altro. Actarus ha almeno quattro staff che lo disegnano e, tra questi, quello originario di Kazuo Komatsubahara (che, pure, è bello – è quello della prima serie ante Araki -), eppure, tra tutti, quello che resta più impresso, forse anche per l’espressività e la drammaticità che riesce ad esprimere, è proprio quello di Araki. Non è estranea neanche la bellezza dei disegni: certi primi piani, gli occhi, il profilo durante la trasformazione (in entrambe le versioni) parlano. E anche i corpi. La cura con cui disegna le mani e i dettagli. Le pose, come fossero più accentuate. Altri, non ci mettevano la stessa attenzione. E quel tratto che, negli anni, si era sempre più ripulito (e Michi Himeno è, credo, in parte artefice di questo). Ci sono disegnatori che, come Jerome Alquié, Eva Villa, Federica Macchia, Elena Liberati, Alex Weihrauch (grande amica e compagna di disegno di Elena e che ora lavora con Miyazaki), Marco Albiero ed altri, si sono formati secondo quello stile, il bikei. A me, dopo lui, è successo solo con Akio Sugino, e, in particolare, coi disegni che fece per Remì e, poi, per la II serie di Occhi di gatto. E non ho più trovato, da allora, un charades che mi prendesse allo stesso modo, che sapesse, soprattutto, far vivere (vibrare, esistere, colpirci al cuore, lasciarci un segno) i personaggi.

    • Elena ha detto:

      Ho letto. Addio Shingo…. Finché c’era lui e la Himeno era più sobria, il design giapponese ha avuto uno dei suoi pilastri nella qualità. Lo splendore e la grazia dei personaggi resta indimenticabile. Talvolta gli hanno imputato una eccesiva stilizzazione, e c’è indubbiamente del vero, ma va da sé che ha insegnato alla gente a disegnare – anche ai giapponesi! ^_^
      Purtroppo, man mano lo stile del team era andato involvendo, destino comune anche ai grandi.

  3. alessandra ha detto:

    Vorrei cercare di spiegare cosa significava il disegno di Araki per me, ai tempi in cui, poco più che bambina, mi nutrivo delle immagini e delle storie dei cartoni animati giapponesi: cartoni che allora per la prima volta avevano fatto la loro comparsa da noi, e il cui successo, fin da allora, aveva dato la stura a una serie di chiacchiere psicopedagogiche sulla loro presunta pericolosità educativa.
    Ma ne resi conto da più grande con Lady Oscar, quando – ancor prima di sapere dell’esistenza di Dezaki e della sua straordinaria regia -, coglievo le sfumature finissime delle espressioni che si succedevano sui visi dei protagonisti e ammiravo incredula quella straordinaria capacità di cogliere e rappresentare col disegno – con sensibilità acutissima – sfumature psicologiche impercettibili, struggenti e vere. Attribuivo a Shingo Araki l’intero merito di tutto ciò (cosa peraltro in buona parte vera) e nutrivo per lui un’ammirazione sconfinata.
    Ma questa era già una fase più adulta, più razionale. In verità l’ammirazione, la suggestione, il fascino che su di me esercitava il disegno di Araki veniva da molto più lontano, era stato una specie di imprinting ricevuto quando ancora semplicemente guardavo i cartoni che la tv trasmetteva, senza sapere niente dei disegnatori, di chi fossero e come differissero l’uno dall’altro. I cartoni disegnati da Araki li riconoscevo e basta, li riconoscevo subito con la calda riconoscenza (l’etimologia delle parole non è mai casuale) della familiarità, con la gioiosa gratitudine che si porta a ciò che ci appartiene perché ci è appartenuto fin dall’inizio. C’era stato Goldrake per primo, e, quando in seguito erano venuti gli altri, mi ero subito scoperta a individuare ed amare spontaneamente quelli che portavano il suo tratto, che aveva un che d’inconfondibile, di magico, era quasi l’impronta di una dimensione mitica. Fu una cosa che continuò a lungo, che arrivò fino ai “Cavalieri dello zodiaco”, molto più tardi per me – che non mi dicevano nulla come storia ma non che potevo fare a meno di fermarmi a guardare perché quelle immagini mi davano un’emozione originaria, portavano con sé la memoria insostituibile di qualcosa che amavo -; fu un’emozione che mi accompagnò per tutto il mio percorso di spettatrice e di ragazzina, che si documentava poco sui dettagli storici ma aveva una sensibilità profonda per tutte le sfumature. Il disegno di Araki lo riconoscevo subito, dovunque, anche quando non sapevo chi fosse Araki e non mi veniva in mente di chiedermelo. Mi apparteneva, semplicemente.
    Non so, credo che con quelle immagini mi succedesse ciò che descrive così efficacemente Calvino nell'”Autobiografia di uno spettatore” quando parla del cinema americano e dei suoi anni giovanili passati a nutrirsi di esso. Il fascino di quel cinema era per lui soprattutto un fascino visivo, e rimase essenzialmente un’esperienza di sguardi. Le immagini in bianco e nero dei corpi e dei visi delle stelle di Hollywood, soprattutto le attrici, erano quasi incorporee e astratte, puri segni sulla superficie dello schermo che rimandavano a degli archetipi mitici, a una dimensione ideale:
    “Anche la più carnale delle americane di allora, la biondo-platino Jean Harlow, era resa irreale dal biancore abbagliante della pelle. Nel bianco-e-nero la forza del bianco operava una trasfigurazione dei visi femminili, delle gambe, delle spalle e scollature, faceva di Marlene Dietrich non l’oggetto immediato del desiderio ma il desiderio stesso come essenza extraterrestre”.
    Ecco, non so se sono riuscita a spiegarlo, ma anche per me, come per Calvino col cinema Hollywoodiano degli anni Trenta, col disegno di Araki la normale distanza di spettatrice dallo schermo risultava come raddoppiata, moltiplicata, al punto da far sembrare che le immagini emanassero da corpi celesti, di una sostanza purificata e ineffabile, e che quella sostanza fosse la sostanza stessa del sentimento, del desiderio.
    In più, per me quelle immagini avevano anche una voce. E il doppiaggio, al contrario di quanto avveniva per Calvino, era parte integrante di una completa esperienza estetica. Che, come tutte le esperienze che si fanno da giovani – lasciò un segno indelebile.
    Ammirai altri dopo Shingo Araki, e anche oggi non ho problemi a riconoscere la grandezza e la bravura di tanti straordinari disegnatori venuti in seguito. Ma quello di Shingo Araki per me non era un disegno come tutti gli altri: era IL disegno. E lo è ancora. E, ora che lui non c’è più, temo che lo resterà definitivamente.

  4. lauraslittlecorner ha detto:

    Mi piace ricordare questo, di Araki.


    (Titanic a parte… ;_;) andò in onda sabato 6 maggio 1978, “L’amore che sbocciò nel cielo”, ultimo episodio della I serie. Ricordo benissimo quel pomeriggio… Araki d’epoca e Actarus con l’imbarazzante serie delle fidanzate ritrovate… Chi leggeva il settimanale di Goldrake ricorderà le cover e i poster realizzati ispirandosi a queste immagini.


    Fine novembre 1979, “Rivoluzione nello spazio”, ricompare Rubina, figlia di re Vega ed ennesima delle fidanzate (o, perlomeno, promessa sposa nelle di lei intenzioni da ragazzina ed adulta).
    Insomma, Actarus ragazzo da marito…


    il seguito: Alcor, armato di tutte le ragazze, va a recuperare il fedifrago. Ma quella che non si dimentica è la parte finale… dal minuto 5 del video.

    E chiudo con la versione arakiana della trasformazione di Actarus, che mia madre amava tanto…

  5. alessandra ha detto:

    Oh no, anche lui… non è possibile…

  6. Raffaella ha detto:

    Ho visto la notizia ieri sera in Internet. Mi è venuto da piangere… Tutti i personaggi che più ho amato li aveva disegnati Shingo Araki. Goldrake, Lady Oscar, Kiss me Licia, I cavalieri dello zodiaco…ho sempre amato moltissimo il suo modo di disegnare. Quando i personaggi di un cartone animato erano bellissimi era garantito che ci fosse la sua firma. Sono davvero triste. Ma che brutto anno! Prima Osamu Dezaki, poi Shingo Araki…

  7. lauraslittlecorner ha detto:

    13,35 su Rai due al tg servizio su Shingo Araki: partono le immagini della sigla di Goldrake e, poi, miracolo!, subito dopo, sgranatissime, quelle di Lady Oscar, vecchia sigla, “ci ha fatto commuovere con la storia di Lady Oscar, donna soldato…” Che emozione! E lo sdoganamento delle immagini dei cartoni Mediaset anche in Rai, perché poi tocca prima a Lupin (ma usano i disegni di Miyazaki…) e poi a Kiss me Licia e ai Cavalieri. Altri tempi da quando Cinzia de Carolis, intervistata su Rai tre da Baudo che glissava, ricordò quasi timidamente di aver doppiato Lady Oscar.
    Notazione di servizio: all’epoca la Rai non volle Lady Oscar perché considerato diseducativo. -_-;

    • Michela ha detto:

      Ohi Laura ma davvero? Beh considerando i tempi e la Rai dell’epoca in effetti non fatico a crederlo… che dire? Meno male che c’era già Mediaset allora!
      Comunque un saluto commosso e un grazie dal profondo del cuore al grande Shingo Araki…. anche a me naturalmente ha colpito molto che se ne sia andato a breve distanza da Dezaki e, devo dire, mi rattrista davvero moltissimo che i due “papà” della nostra Oscar non ci siano più….
      Adieu Shingo.

  8. Luana ha detto:

    che tristezza… uno di quei personaggi “non riproducibili”, che regalato gioia ed emozioni a tantissime persone. Io sono cresciuta all’ombra delle sue opere, quasi senza saperlo. Gli sono debitrice di così tanto… e non basteranno poche righe a condensare tutto
    Adieu

  9. Silvia ha detto:

    è vero: i robot di allora avevano personaggi umani fortissimi, direi epici. E in particolare, i characters di Araki hanno la forza particolare di interpretare i silenzi. Ricordo che di Actarus mi piaceva quello, quando il frame riportava il primo piano e il doppiaggio esprimeva il pensiero. Ma il silenzio era parlante non per la voce (favolosa) di Malaspina (me la risento ancora!!), bensì per le espressioni del disegno.
    Oscar e André, non importa che lo dica….
    Quanto alla violenza, vorrei tornare al carattere, che dicevo, “epico”: non era violenza fine a se stessa, era l’eterna lotta fra il bene e il male. Noi bambini eravamo tutti dalla parte di Goldrake, era rassicurante che vincesse. E, ripensandoci oggi, che vincesse soffrendo.
    Quel tipo di violenza è “mitica” – nel senso di “simbolica”, non certo del gergo ggiovane, lol – dai tempi, si parva licet, di Omero….
    Si può convenire forse sul fatto che – come l’Iliade – forse non è adatta a bambini di 7-8 anni, ma l’errore è occidentale, nel proporlo a bambini come “cartone animato”. E, comunque, IMHO è un errore di sottovalutazione dei bambini. Che capiscono benissimo chi sono i buoni e chi i cattivi. E il senso dei sentimenti, anche se – per forza di cose – non compiutamente il significato (ma solo perché non si hanno ancora gli strumenti di vita per condividerne le sfumature).
    Altrimenti, banniamo pure le favole di Andersen (tanto lo hanno pure fatto -_-)

    ah, ultima cosa, sulla storia dei cartoni giapponesi senz’anima perché fatti col computer: nota stronz… leggenda metropolitana, per chi interessa metto un link
    http://web.archive.org/web/20090426045508/http://www.uforobotgoldrake.com/goldrake/lege04.html

  10. lauraslittlecorner ha detto:

    Hai ragione… che poi Goldrake e Lady Oscar sono anche i miei due cartoni preferiti e arrivai pure a inventare un cross-over, tantissimi anni fa. Il restyling di Actarus rispetto a quello dei fumetti (sia di Gosaku Ota sia di Nagai) è impressionante – intendo anche la ricostruzione del carattere del personaggio – e non credo che avrebbe conquistato tanti cuori se non fosse stato così malinconico, tormentato, solo, in fondo… ricordo un bellissimo articolo su “L’occhio” di Costanzo, quando ci fu la polemica sui cartoni giapponesi violenti e fatti col computer e questo ragazzo che scriveva “quando suonavi la chitarra con accanto Venusia innamorata”. Ecco, me lo sono sempre ricordato… credo che questi disegnatori (insieme agli autori degli script) abbiano veramente regalato moltissimo di loro ai personaggi che, senza di essi, non sarebbero stati così belli e profondi. Il bello dei protagonisti dei cartoni di robot di quegli anni era questo lato umano accentuatissimo, che, poi, raramente si è ritrovato. Grazie, Silvia, per le tue parole e per avermi tirato fuori questi pensieri…

  11. Silvia ha detto:

    mi fa tristezza notare che se n’è andato lo stesso anno di Dezaki… non so, come se dovessero continuare a lavorare insieme – pensarla così è sciocco, ma è una piccola consolazione; e comunque, non toglie che mi faccia tristezza, perché nel giro di poco sono scomparsi entrambi.
    Anche per me era bello pensare che Actarus e Oscar, i miei due eroi preferiti di piccola (per tacere di André, ça va sans dire), fossero legati, tramite lui.
    Sayonara, arigato.

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