Da Silvia: balli a Versailles

Penso ai balli di Versailles no bara, e mi viene subito da chiarire un equivoco – il che è probabilmente è superfluo, ma davvero non posso riflettere sull’argomento senza dirlo: sicuramente i balli a Versailles non erano come li immaginiamo dall’anime, e anche dal manga. In questo, è invece molto più realistica la versione movie di Demy (lol, almeno in questo, onore al merito nella ricostruzione… anche se purtroppo fanno – limite di tutto il film – effetto di costruito, di cartapesta; mooolto lontani da Sofia Coppola, che forse è meno storicamente “corretta” ma assai più credibile come spirito e atmosfere).

Userei – rimanendo nel cinema più suggestivo – un’immagine metaforica (scissa ovviamente da verosimiglianze cronologiche): più che Claudia Cardinale nel vaporoso abito bianco del “Gattopardo”, sarebbe stata consona Vivien Leigh con l’abito nero: magari coloratissimo stile M.me Bertin, ma a muovere quel tipo di passi. Niente valzer volteggianti, insomma, ma balli di figura: gavotta, corrente, sarabanda; lo stesso minuetto (l’eccellenza) era quasi una pantomima. Ad essere precisi, il minuetto apparteneva allo “stile manierato”, nato nel Barocco, e restò in voga quasi per tutto il Settecento, finché fu soppiantato dalla contraddanza: un ballo collettivo, più vivace e “popolare” (siamo sul finire del Settecento – e dell’aristocrazia…), uno stile più leggero che preparò, enfin – ma appunto, fin de siecle, almeno in Francia -, l’avvento del valzer.

Comunque, e nonostante le diverse epoche, sia per Angelica, sia per Rossella, sia per Maria Antonietta, un carattere accomunava il ballo: quello di evento sociale.

Al di là del significato assunto particolarmente alla corte francese, soprattutto con Luigi XIV, quando assurse ad occasione politica (e strumento di potere: partecipare a un ballet de roi  significava condividere l’aura regale), il ballo ha mantenuto nel corso dei secoli un importante aspetto relazionale: era l’evento in cui, mi si passi il paragone, si sfoggiava il piumaggio ricco, soprattutto le piume del corteggiamento. Prima ancora che permettere lo sfoggio di potere (ma anche grazie a questa possibilità), la festa da ballo forniva il telaio su cui intrecciare, o ordire, liaisons, più o meno dangereuses.

Pur non volendo tracciare (e mi sarebbe impossibile, per incompetenza, LOL) un profilo storico né sociologico del ballo, è innegabile che, in fondo, il ballo fosse il modo in cui un ragazzo e una ragazza, un uomo e una donna (non solo di alto lignaggio: vedi i balli sull’aia, le feste agresti o paesane), potevano “entrare in contatto” senza che ciò fosse sconveniente (“il ballo” – causticava Karl Kraus – “è la frustrazione verticale di un desiderio orizzontale”). Certo, poteva diventarlo nel momento in cui si oltrepassavano i canoni del codice formale:  monopolizzando una dama tutta la sera – come Fersen al ballo in maschera -, invitando una demoiselle fidanzata – Oscar che nel manga, al ballo di Girodel, si comporta in modo sarcasticamente provocante facendo ingelosire i cavalieri (geniale, Oscar: fa quello che vuole secondo le regole, anzi, usa le regole per rovesciarle; fortuna, comunque, che Dezaki ‘sta parte nell’anime l’ha tagliata, dico “fortuna” perché personalmente l’ho sempre trovata un po’ pesante; non è solo questione di essere etero, LOL, ma che per me il fatto che fin dall’inizio sia chiaro – almeno nella versione italiana – che Oscar è una donna ne accresce lo spessore, il carattere e anche il significato).

Ma torno al ballo: è dunque un palcoscenico, su cui si mette in atto – in forma “protetta” – l’umana commedia (anche) dei sentimenti. Sotto gli occhi del pubblico. E il pubblico è parte fondante del ballo, sia che lo si voglia – et voilà Rosalie e le cretinette per le quali ballare con Oscar avrebbe voluto dire essere “la privilegiata” -, sia che neanche lo si veda, presi dal trasporto – vedi Maria Antonietta e Fersen. Ma nel ballo la forma è sostanza, e quindi – come ogni teatro – rivela mentre  nasconde. Scopre mentre copre.

Perciò Oscar si presenta al ballo in alta montura per evitare che la Regina balli con Fersen. Consapevole del senso di quel ballo. Che in quanto rappresentazione, in pubblico (un ballo privé non esiste!), non può evitare, neanche volendo, che se ne colga il significato, nel momento stesso in cui se ne usa il codice.

Il ballo, però, quale palcoscenico, è anche lo spazio ideale in cui si compie un desiderio. LOL, non pensavo al caustico Kraus…. Per Maria Antonietta, così come ce la consegnano la Ikeda prima e Dezaki poi, è il desiderio di essere libera e spensierata, e in seguito quello di stare tra le braccia di Fersen. Per Rosalie, sarebbe certo quello di essere “ufficialmente” al fianco di Oscar, ma (almeno per il primo ballo cui va) voglio concederle la stessa gioia di Natasha Rostov ragazzina: “Natascia, non  meno fiera di Sonia perché per la prima volta portava la gonna lunga e partecipava a un vero ballo, era ancor più felice. Ambedue indossavano abiti bianchi di mussolina, con nastri rosa. Natascia si sentì innamorata da quello stesso minuto in cui entrò nella sala. Non era innamorata di alcuno in particolare, ma lo era di tutti. Era innamorata di colui che essa guardava, nel minuto stesso in cui lo guardava. “Ah, come tutto è bello!” ripeteva sempre, correndo da Sonia”. (L. Tolstoj, Guerra e Pace, vol. I, parte IV cap.XII, trad. di Erme Cadei, ed. Mondadori, 1941, rist. Oscar Biblioteca 1979, pagg. 451-2).

Il ballo è un’altra dimensione, un mondo a parte. Di sogno. La possibilità di creare una realtà desiderata.

Oscar sa anche questo – sa che il ballo le offre questa opportunità, una scusa di presentarsi come donna senza dovere spiegazioni, di essere donna senza dover essere lei. Il ballo è rappresentazione, e quindi recitiamo. Mettiamo in scena, mascherandola, una cosa vera. Teatro dell’assurdo. L’assurdo è che Oscar, donna, per vestirsi da donna e muoversi da donna deve recitare la parte di un’altra – la contessa straniera.

Eppure lo fa. E funziona. Funziona, finché Fersen non rompe l’incantesimo e sposta il dialogo fuori dai codici del ballo: parla della vera Oscar e dei propri reali sentimenti per lei. Al che, l’incantesimo svanisce. Oscar né è stupida, né è masochista. Il ballo non serve più, è inutile avvicinarsi a chi è veramente lontano. Caterina Caselli avrebbe cantato “Il ballo in maschera finisce qui, ma tu divertiti, ancora un po’, tanto è sempre carnevale, per chi non ha le spine dentro al cuore”… può suonare stonata, una citazione così poco poetica (“sono solo canzonette”), ma quando resta la forma e basta, in una situazione formale, rimane la coreografia senza musica, la musica senza senso. Cade tutta la poesia del sogno. Nell’anime, cade drammaticamente (“cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo”). Nel manga, misera cade, come un velo soffiato via. Il manga è più “ragionato”, in questo passaggio (e conforta la mia idea per cui Oscar, già da lì, abbia, magari istintivamente soltanto, avvertito che stare con Fersen non era ciò che pensava, foss’anche solo perché avrebbe dovuto essere diversa da come lei era – ovviamente IMHO non era solo per questo :)).

Comunque, le parole di Fersen hanno l’effetto dei rintocchi della mezzanotte – pardon, ma quella scena del ballo con Fersen a me da piccola ricordava Cenerentola. Solo apparentemente, però: perché a me, benché piccola, già era evidente che il principe azzurro, a quel ballo, non c’era. Non c’era andato. Nonostante avesse preparato la carrozza.

Del resto, loro due – Oscar e il suo principe, che tale sicuramente era nell’animo – non avrebbero ballato. A lui non importava niente di ballare con lei, secondo me. Non in quei balli, non davanti al pubblico,  con lei vestita da dama e formalmente “sua”. Tenerla tra le braccia, quello certo che sì. Muoversi allacciati, con la musica che solleva il cuore e dà voce alla gioia che senti, quello sì. Farla volare e volare con lei.

Ma secondo me, quello tra loro, così essendo, non sarebbe stato più “ballo”. E’ già danza. Danza che esprime col movimento il proprio cuore. Oscar e André non avrebbero ballato. Avrebbero danzato un pas de deux. Così come hanno danzato molte volte, da soli, anche il loro dolore.

Ballo e danza  sono diversi, per me. Ci ho rimuginato anche grazie al verso di una canzone di Fossati (aridaje lui, sorry :)): “si vive di danze, di ballo sociale” (da “Discanto”). Danza tout court, ballo “sociale”. Il ballo è gioia, festa, pubblico. La danza è un modo di esprimere la vita, e non di recitarla. La danza non è una forma per poter fare qualcosa. La danza è la vita che diventa poesia. La danza, diceva Martha Graham, è il linguaggio nascosto dell’anima.

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4 Responses to Da Silvia: balli a Versailles

  1. Raffaella ha detto:

    Sì, è vero, il ballo era la forma del corteggiamento in un’epoca in cui per un uomo e una donna non c’erano molte occasioni per avvicinarsi.
    Mi ero sempre chiesta perché Oscar non ballasse mai. Poi…ehm…mi sono iscritta ad un corso di danze ottocentesche 🙂 e ho compreso la scelta dell’autrice e del regista di farla sempre stare ai margini. Senza arrivare al valzer, anche la quadriglia (settecentesca ma riproposta anche nell’Ottocento) ha gestualità e mimica che fanno comprendere come le dame e i cavalieri impegnati in quella danza si conoscessero e flirtassero. Ho concluso che Oscar si togliesse volontariamente da una situazione che non poteva essere sua e che le avrebbe causato solamente disagio.
    Questo tipo di ballo, secondo me, in Lady Oscar diventa il surrogato di un rapporto amoroso impossibile da realizzare. Quando Oscar si presenta al ballo vestita da donna ha la consapevolezza di non poter avere Fersen (mi riferisco al manga e alla versione originale dell’anime): perché lui è innamorato di Maria Antonietta (gliel’ha detto tante volte), perché il ruolo di lei non prevede l’innamoramento (lei deve solo tacere), ecc. Quindi, secondo me, lei si presenta al ballo vestita da donna per poter avere almeno le briciole di quell’amore che sogna e un contatto con lui, seppur fugace, come donna a tutti gli effetti.
    Per quanto riguarda il “ballo di Girodel” devo dire che quando ho letto per la prima volta quelle pagine sono rimasta sconcertata. Poi leggendole di nuovo mi ha preso un riso irrefrenabile e tutt’oggi le considero molto divertenti. Perché lei in quelle pagine si prende gioco di tutti: dei cavalieri che vogliono sposarla (come se dicesse: “Ma come, fino a ieri non mi consideravate un uomo?”) e delle dame che se la contendono come fosse un uomo e quindi fanno il suo gioco.
    Credo che Dezaki abbia tagliato quella scena perché non consona al carattere della Oscar dell’anime: dolente e quasi timida, laddove la Oscar del manga è sanguigna e spregiudicata, consapevole del suo fascino ambiguo.
    Tra l’altro il fatto che venga considerata un uomo dal resto della società e che lei stessa in fin dei conti non si consideri pienamente una donna, in un’epoca in cui davvero l’abito faceva il monaco, mi dà esattamente l’idea del senso di oppressione gravante sulle sue spalle e la misura della sua sofferenza: non essere considerata una donna a causa degli abiti maschili e dell’avere un ruolo nell’esercito!
    Non vi ringrazierò mai abbastanza per questi bei post!!! E scusate la prolissità…

  2. lauraslittlecorner ha detto:

    Grazie, Silvia, per questo post. Hai ragione, è illuminante che Oscar, per vestirsi da donna quale è, debba interpretare il falso ruolo della contessa.
    Illuminante e geniale quando dici che funziona, finché Fersen non spaia il gioco e ne rompe lo schema, raccontanto, nelle chiacchiere leggere, quella che è la realtà pesa. Molto bello come lo dici. E illumini quella scena, che a me non piace molto, perché, in certo qual senso, prima di leggere il fumetto e gli script, non la capivo. Dopo, invece, sì, è diventata più chiara, questa prova di Oscar.
    Bellissimo anche quello che scrivi del grande assente, l’assente più bello della storia, quello più desiderato, quello che lascia un vuoto enorme, sempre, ogni volta che non c’è. Potenza del Grandier. Sinceramente, non mi è mai capitato un personaggio così, che ti ci affezioni, ti manca, ti cresce vicino, te lo inventi, te lo immagini, lo ritrovi, lo giochi, ci giochi. Com’è, che succede, che un personaggio diventa così presente?
    E, hai ragione, non avrebbero ballato, non avrebbe avuto senso, non in quel modo, non in quella forma formale, non quella cosa là. Abbracciarsi. Tenersi. Stringersi. Coccolarsi. Questo, invece, sì.
    Bellissima quella tua frase nonostante avesse preparato la carrozza. Magari stirato anche gli abiti, LOL? Sant’uomo, il perfetto quasi zerbino ma non troppo, LOL.
    Anche su Girodel, sull’usare le regole per rovesciarle. Tra l’altro, è troppo carina, nel manga, la scena delle fan di Oscar agguerrite e addirittura armate di cartelli. Un bel modo per prendersi in giro con leggerezza. ^_-;
    Bello quello che dici sulla danza, sull’espressione dell’interiorità. Straordinario.
    Amare e vivere la danza è amare e vivere la vita. Come diceva la mia insegnante.
    Grazie, Silvia. Grazie.

  3. Silvia ha detto:

    Grazie a te!!! felice che ti sia piaciuto! 😉

  4. alessandra ha detto:

    Grazie per questa bellissima pagina, è veramente un piacere leggerti.

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