Da Sydreana: L’arte della guerra

    E finalmente ci siamo deliziate con le immagini di Liberté II ed abbiamo rivisto i nostri amati compiere nuove gesta in un luogo differente dalla nostra fantasia!
    Quante di voi fanno la hola? Vi vedo, siamo nella cosiddetta nicchia ma ‘sta nicchia è grossa!
    Perdonatemi il regime colloquiale – so che sarete magnanime e lo farete! – ma sono in vena di estendere le mie discettazioni sulla nostra materia preferita alla platea, senza limitarmi ad ammorbare la sola Comare Laura.
    Là fuori incombe la guerra, André è ferito non può accompagnare Oscar in missione, Oscar non può mollare, non è nella sua indole tralasciare di portare a termine un incarico, ma deve anche pensare al suo uomo. Il resto lo conoscete, se avete letto il fumetto e, se ancora non lo avete fatto – ma lo farete! perché siete gente di buon gusto – di certo non sarò io a spoilerare. Mi sono molto arrabbiata quando mi hanno spoilerato il finale de “I soliti sospetti”, giusto per citare un atto che reputo imperdonabile.
    Quello di cui voglio parlare parte da questo: là fuori incombe la Guerra, con la “G” maiuscola, come nelle missive e nelle opere di epoca vittoriana, a me, donna dall’anima decrepita, molto care. La maiuscola serve a immaginare un’enorme devastante figura retorica, giusto per sentirla incombere un po’ su di noi con il suo fiato stantio di denti marci, la puzza di sudore e di sangue rappreso. Che dite, ho reso l’idea? Se non l’ho resa continuo con le schifezze… profumo di decomposizione e effluvi di feci, giusto per essere sicura di aver dato della cosa l’immagine che ho intenzione di dare.
    Nella Guerra una parte decide a tavolino il modo migliore per annientare, tramite morte gratuita e distruzione sistematica, la propria controparte. E viceversa. C’è qualcosa che giustifichi questo e le cose schifose sopraccitate?
Non credo.
    Ma la situazione politica era tale che…
Non credo lo stesso.
    Era impossibile giungere a una mediazione…
Non credo idem.
    La soluzione non poteva risolversi diversamente…
Non credo parimenti. Cambio solo l’avverbio e per ora mi fermo perché non mi va di andare a ravanare altra roba nella lessicografia dell’Accademia della Crusca.
    Il fatto che non bastino giustificazioni al riproporsi dell’enorme devastante figura retorica di cui sopra, non impedisce certo che essa esista. Di questo prendiamo atto fra le tante cose che non è un bene che esistano, come l’idiozia ad esempio. Esiste e non accenna a crepare, poiché l’uomo non impara dai suoi errori, ma qui mi si spalanca di fronte l’abisso delle ovvie ovvietà (anche se mi chiedo: se ‘ste ovvietà sono davvero tanto ovvie, perché ad esse non segue mai un’azione coerente?) Mi limito a ricordare che il progresso ha solo modificato le modalità della Guerra, senza liberarne l’uomo che si crede tanto intelligente. Stop.
    Allora la domanda sorge spontanea: ma noi che ammiriamo Oscar ed il suo coraggio stiamo smaniando forse per una storia di Guerra? Perché questo mi preoccuperebbe!
    Ci ho pensato, perché la cosa mi lasciava un po’ sgomenta, riflettendo su quale responsabilità senta Oscar riguardo al portare a termine la sua missione, che è una missione da militare. Lei è un militare, seppur arrivata fra i militari per un percorso deviato.
    Considerate che questi pensieri solo saltati fuori poiché recentemente mi sono gingillata con “L’arte della Guerra” di Sun Tzu. Non voglio dichiarare guerra a nessuna nazione e a nessuna minoranza etnica, lo giuro! Ero solo intenzionata ad approfondire questioni puramente culturali e strategiche, visto che è un testo apprezzato anche in settori in cui non sono richiesti sgozzamenti o sparamenti, tipo il marketing (che magari fa altri danni, dentro il portafogli di solito, ma non comparabili).  
   Approfondendo l’argomento ho apprezzato il fatto che perfino lo stesso Sun Tzu, eminente esperto in materia di belligeranza, saggiamente consigli: “Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”.
   Di Oscar cosa ci affascina?
   La sua integrità che le fa rifiutare barilotti d’oro, che la lega responsabilmente alla parola data a rischio della propria vita, di lei si ammirano il coraggio e la determinazione nel perseguire un obiettivo e nel procedere sulla strada che, a rischio di molte certezze, si è reputata dopo un lungo travaglio giusta.
    Non la propensione a tagliare qualche gola altrui e qualche garretto qua e là.
    Lady Oscar è una storia di Coraggio, un Coraggio che dà Battaglia per la difesa dei propri Diritti. Diritti di Donna e di Cittadino.
    Una Battaglia per essere quello che si è, indipendentemente dal fatto che si abbia in mano un fioretto o uno schioppo o una penna o il ventaglietto di piume per andare al gran ballo.
    Una Battaglia per i Diritti dei più deboli e dei dimenticati, quelli di cui canta il mio adorato mendicante, quelli di cui Oscar si accorge progressivamente nella sua crescita, mentre esce dal bozzolo dorato della sua condizione di nobile, anche grazie ad André.
    Sì è questo che mi ammalia ed ipnotizza ogni volta che lo ritrasmettono e becco un fotogramma e resto incollata! E dico “Ok, guardo un pezzo” e poi me lo vedo tutto. Mi ipnotizzano la Coerenza, il Coraggio di affrontare il nemico, ma anche di cambiare idea dopo che si è toccato con mano, di dar Battaglia per creare qualcosa di migliore. Non la valorosa guerriera che stupisce tutti con scatto felino ed agile mossa, che fa effetto, ma distrae molto da quello che in realtà è: chi sceglie alla fine di un processo interiore cercato volontariamente e sa di aver scelto consapevolmente.
    Questo io lo sento fortissimo nella cupa poesia del cartone, meno nel fumetto in cui i personaggi sono più nervosi e dove la Ikeda è più impegnata a far scorrere la Grande Ruota della Storia, che appiattisce ogni uomo o cosa su cui scivola, fino a ridurlo a nulla.
Anche voi sentite questo?
Vi colpisce più il cuore del fioretto?

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20 Responses to Da Sydreana: L’arte della guerra

  1. Silvia ha detto:

    Bellissimi interventi, quello di Sydreana in primis ma anche le vostre risposte. E’ il mio secondo commento sul blog e mi sento un po’ in imbarazzo ma la domanda secca di Sydreana è una tentazione troppo forte per non intervenire.
    Cuore o fioretto? Cioè, che cosa mi spinge ancora adesso, a 43 anni suonati, a rivedere Lady Oscar, a rileggere il manga, a cercare informazioni su internet, a sognare ed emozionarmi leggendo una ff del Littlecorner o i primi due volumi di Libertè? La storia delle prime fasi della rivoluzione francese? L’abilità di Oscar con la spada o come stratega militare, il suo spirito di competizione? Oscar non ha mai cercato la competizione mera a se stessa nell’anime. Ne’ da giovane, quando si rifiuta di sfidare Girodel davanti al re e alla corte, né in seguito, quando potrebbe fare una carrierona consegnando il Cavaliere Nero e, invece, anche per l’onnipresente Andrè, lo lascia libero perché vuole sentirsi libera di fare quello che le detta la sua coscienza in evoluzione.

    Cuore o fioretto? Non ho dubbi: cuore.
    E qui non pensiamo subito a nuvolette rosa e cuoricini rossi, a fiori scintillanti e a certe frasi smelense da telenovela, da fiction (attenzione: non scrivo apposta da fan-fiction perché nessuna fan fiction su questo sito è neanche lontanamente paragonabile ad un fiction televisiva o ad altre ff che ho letto altrove), in una visione svilente, banalizzante dell’amore e del sentimento, quale spesso ci viene presentata sotto San Valentino per incrementare le vendite di fiori e cioccolatini o quale viene concepita da chi non sa amare.
    Lady Oscar non è una storia da cuoricini: è una storia dura, di crescita, di maturazione, di conflitti interiori più che esterni, di drammi più intimi che storici. Che cosa mi emoziona al punto di versare lacrime anche all’ennesima visione? L’animo in tempesta di Andrè mentre Oscar gli dice addio prima di abbandonarlo per andare in Normandia e, poi, verso una nuova vita senza di lui, l’urlo tremendo che il suo animo lancia nel vuoto e che sento ogni volta, anche se si trattiene e non dice una sola parola, oppure le scene dei primi scontri, dei primi morti il 13 luglio, pur con Oscar e i suoi soldati schierati in un campo? Non ho dubbi. E allora che senso avrebbe una storia di guerra, pur con i nostri amati personaggi (non dico solo Oscar e Andrè, penso ad Alain, ad esempio), dove venisse a mancare il cuore? Senza analisi psicologica, senza quella tensione emotiva che finora ho trovato in Libertè e che me lo hanno fatto amare a prima vista, oltre che per la bellezza dei disegni?
    Lady Oscar non è roba per signorine, passatemi questo modo di dire che offende le signorine, ma non perché ci siano armi, ferite, battaglie, morti. C’è il tema dell’identità sessuale e della sua scoperta, che non è un dato scontato alla nascita ma spesso va costruita nel tempo, a fatica; ci sono malattie gravi, mortali, gravi ferimenti, invalidità permanenti; c’è la violenza, sublimata dall’amore e dalla rabbia, ma pur sempre un cenno alla violenza sulle donne; c’è il tema della non accettazione, del rifiuto, di Oscar come bambina da parte del padre, di Andrè come uomo da parte di Oscar, di Oscar come donna da parte di Fersen. Sono temi duri da affrontare nella vita reale.
    Amare è una conquista, è un percorso difficile da intraprendere. A volte ci vuole più coraggio ad amare senza remore, senza condizioni, senza aspettative, donando tutto se stessi, fidandosi e dando un grosso potere alla persona che amiamo (il potere di farci felici o di farci soffrire, riprendendo una ff che amo molto) piuttosto che imbracciare il fioretto e sfidare qualcuno a duello o partire per una missione di guerra.
    Amare davvero significa amare se stessi, prima di tutto, aver capito la propria identità, essere diventati delle Persone, dei “baricentri” per se stessi, prima di poterlo diventare per un’altra persona (scusa Alessandra, se rubo la tua bella espressione). Oscar non può amare veramente un uomo finchè non ha compiuto il suo percorso personale di crescita, di evoluzione, come donna e come persona che esce dal bozzolo protetto in cui è nata per scoprire il mondo, anche con le sue ingiustizie, le sue ineguaglianze, le cose che piacciono e anche quelle che non piacciono e si vorrebbero cambiare: solo allora saprà darsi a qualcuno.
    Amare è difficile perché presuppone essere cresciuti, non essere più dei bambini bisognosi di affetto, egoisiti, narcisiti ma essere “centrati” in se stessi, con quella consapevolezza di sapere esattamente dove si è ad un punto del proprio cammino e di conoscere tutti i passi prima che ci hanno portati in quel punto. Vuol dire aver imparato ad accettare la propria natura, i propri limiti per poter poi accettare i limiti di un altro essere umano. Amare è un lavoro continuo di costruzione di se stessi e, insieme, di una nuova realtà, che sono io più un altro.

    Niente cuoricini, durante tutto questo lavoro. Solo “la sensazione di essere un po’ più vicini degli altri al cielo” (non trovo un’espressione più bella di questa di Gramellini).

  2. lauraslittlecorner ha detto:

    Io ho una certa idea di Oscar, e anche di André. Forse è un’idea generatasi nel tempo, perché io ho conosciuto questi personaggi nelle stesse età che, via via, avevo io, quando li seguivo in tv. E sono personaggi che amo molto, pur con i loro difetti, anzi, il bello sono quei difetti, quella umanità. Per esempio, l’impulsività e, insieme, l’essere riflessiva di Oscar. La Oscar ardente, quella più pensosa. André in tante cose, anzi, spesso ho detto che, dentro il fumetto, io “giocavo” come André, come le voci della coppia, cercando di renderle plausibili, realistiche, ma unite, salde nel rapporto. Chiamatelo legame, se vogliamo. Non ho paura a dire che in una coppia ci sia un “legame”. Né la ritengo una cosa riduttiva, come più volte mi è stato fatto osservare. Se due persone si vogliono bene, bene davvero, non c’è niente di male a che tentino di stare assieme per quanto si possa. – E scusatemi se parlo di “persone”. –
    Io sono curiosa di leggere le vostre voci, mi piace leggere quello che ho letto, nel modo brillante in cui è stato scritto, mi piace che si discuta del nonsenso della celebrazione della guerra, che si ragioni sul fatto che, per quanto vari siano i gusti dei fan di Lady Oscar, non credo neanche io sia una storia di guerra, né la si possa ridurre a ciò, senza sottrarle una parte fondante. E’ notorio che io sia una “evil”, non sempre per i lieti fini, ma sono certamente per i nostri personaggi, perché stiano insieme, per usare gli spazi che ho per rappresentarli, anche insieme, anche nel loro rapporto – che questo sia in tempo di pace o in tempo di guerra -. Trovo bello quello che Syd ha ragionato, con la sua ironia. Quoto ogni ogni ogni parola. L'”integrità che le fa rifiutare barilotti d’oro”! 🙂 Il rimarcare che si tratta non di un’avventura in stile Tulipano Nero, ma di una storia di diritti, di crescita. Ma anche i suoi interrogativi su ciò che sente Oscar e perché agisce. Mi piace quello che Alessandra ha detto di André, del “mestiere del baricentro”, proprio bello!, e quello per cui il problema in fondo se lo pongono tutti (appro, Alessandra, lo sai, io prendo molto seriamente la *questione* del trombare LOL). E il finale. Storia di sentimenti, scrive Donatella, e di personaggi, aggiungo. Le scelte e il coraggio che sottolinea Maria Lia.
    Per parte mia posso solo copincollare un brano di un testo che ho scritto io ad Elena su Oscar a riguardo di Liberté.
    Eccolo. Data 21 ottobre 2013 e nasceva da alcune mie proposte relative prima a modifiche all’episodio 3, poi relative al seguito dell’episodio 3 del fumetto, considerazioni che, per forza di cose, visto anche che il 3 è diventato 3 e 4, ora riguardano il volume 5 di cui mi sto occupando.
    “Oscar io la vedo diversamente. E’ un personaggio che le motivazioni le trova in sé. È una persona centrata, compos sui, che sa benissimo cosa vale, cosa vuole e chi e cosa è.
    Semplicemente, è consapevole che fattori esterni questo glielo stanno pesantemente impedendo (non ti dico che momenti rimpiange l’Antico regime, per questi maggiori margini di libertà, ma quasi LOL). Questo non toglie che vi siano persone, come, io ritengo, il nostro personaggio, che restano consapevoli di sé e della propria integrità, anche in situazioni difficili e umilianti.
    Lo trovo molto umano e, se vuoi, molto eroico, anche.
    E’ vero che io amo le storie più intimiste e meno gridate, ma questo non toglie che ritenga una motivazione simile molto più adeguata al personaggio che non quella (…), che a me pare non in linea.
    (…)
    Però volevo spiegarti perché non ritrovo Oscar in (…).
    Per la semplice ragione che lo trovo un modo di ragionare da Polignac, da Bernard. Quell’essere competitivi, quel bisogno costante del confronto con altri.
    Io credo che una persona le motivazioni le trovi in sé e preferisco rappresentare un personaggio così, che trovo più “intrigante”, se vuoi “più contorto e difficile”, meno “elementare” che uno con motivazioni “o bianco o nero”. Le ritengo, in fondo, “finezze”, da parte di chi scrive, un po’ come quando di persona, a marzo, e l’estate scorsa, al telefono, ti parlavo di alcune sfumature del rapporto Oscar-André.
    Peraltro, potrei anche aggiungere che confrontarsi con se stessi e i propri obiettivi e cercare una propria strada è una cosa, essere perennemente in fregola per dimostrare qualcosa a qualcuno è qualcosa che mi pare proprio alieno dal personaggio. Magari c’è anche chi è così, affari suoi, ma non c’entra con questo personaggio.”

    • syd ha detto:

      Penso che i qualche modo noi tutte modifichiamo il personaggio in base a un personale modo di sentire, e questo è bene fino a quando non se ne snaturano ossatura e spirito. Se si vuol dire altro, si sceglie una strada differente.

      • lauraslittlecorner ha detto:

        LOL, sì. In effetti, se uno vuol parlare di shojo tout-court, dovrebbe rivolgersi a Candy Candy. Se vuol parlare di avventura e basta, che ti viene in mente? E di battaglie, Capitan Harlock o Ken il guerriero, se no si incappa in fallimenti come Le chevalier d’Eon, tecnicamente ineccepibile ma vuoto.

        Oddio, ho visto doujinshi di Oscar in stile Ken il guerriero, ma, appunto, erano ironiche…

        Secondo me è anche più difficile nel caso di un fumetto che non di una fanfic, perché la rappresentazione grafica a cercare la somiglianza vincola ancora di più chi sta dietro le quinte a non “invadere troppo” i personaggi attraverso cui sta raccontando.

        Certo, nel lettore io mi auguro, occorre sempre quella buona dose di maturità (dietro al fumetto c’è scritto “adatto ad un pubblico maturo” non a caso! LOL) nel capire che siamo di fronte ad una doujinshi.

        Sulla missione di Oscar, su cosa e come e dove… le tue domande. Credo sia quel restare nel proprio modo di essere a cui accenna Alessandra. Quel cambiare ma non saper cambiare fino in fondo, perché si continua a vivere in un certo modo. Io credo anche sia passione. Credo che Oscar abbia rispetto per quel poco o tanto che può dare come essere umano, e quindi ritenga giusto affrontare quello che è il proprio lavoro e cosa comporta in quel frangente. E, assieme a questo, anche senso del dovere. Credo sia senso dell’emergenza: Oscar è vissuta per un certo tempo dentro la cittadella assediata, sa che c’è bisogno veramente di aiuto e va.
        Ma è chiaro che non si sente neanche di mollare lì André, che si è beccato una ferita, sia pure di striscio, durante l’uscita dalla città assediata. Glielo propone ma (per me) è chiaro che non vorrebbe neanche lei, è dilaniata nell’emergenza di quella notte. La paura di perderlo, di fargli del male, ma anche il senso di sicurezza che le dà averlo con sé. Ho pensato tanto alla scena del bosco dell’ep. 37, al loro dialogo.
        Sulla guerra ex se. Io non sono tanto per le storie belliche, tu questo lo sai, cioè mi interessa “la storia-contesto” entro la quale si muovano i personaggi, mi interessa che sia plausibile, verosimile, corretta storicamente. Vorrei che fosse, idealmente, un “personaggio” assieme agli altri, che mi fornisse spunti e un telaio, MA vorrei che non fosse strumentalizzabile, neanche nel senso di farsene scudo e usarla per “imbrigliare”, per snaturare i personaggi (sempre posto che, chiaramente, Lady Oscar, è una storia di fantasia che parte da un presupposto altrettanto di fantasia – partiamo sempre da quella premessa e non dimentichiamola -).
        La storia di quegli anni è parecchio complessa, densa di isterismi, di estremismi. Arriva dove non mi piace, come succede, semnpre, alla politica rispetto alle reali istanze sociali.
        Succede anche di questi giorni. Tutti, Crozza in testa, sappiamo cosa fare per risolvere il problema del debito pubblico, ma i politici non recepiscono e perseverano.
        Le istanze delle varie costituzioni che si susseguirono in quegli anni furono, via via, disattese – penso ai diritti delle donne -, fino a Napoleone, col Code civil del 1804, che non era certo rivoluzionario.
        Oscar credo sappia benissimo che gli ideali sono stati traditi. Per i cittadini comuni, tanto più e tanto peggio per le donne – perché, almeno, le nobili, ai suoi tempi, possibilità maggiori ne avevano -. E’ una fase, bisogna passarci, come questa crisi ora, inevitabile per arrivare a un poi, ma il problema è, appunto, che ci sono dentro persone, ci sono conseguenze, non è la ruota hegeliana della storia citata dalla Ikeda, sono le vite delle singole persone, quelle sono schiacciate.

        Poi, credo, sulla questione della guerra tu ne sai certamente più di me, visto che ti sei documentata per il romanzo che stai scrivendo. Io, a pelle, dico che non stiamo scrivendo un saggio storico (cosa di cui un pochino mi intendo) o un resoconto bellico, e che, quindi, senza forzare la storia e inventarsi spropositi, la storia ci dovrebbe fare da sfondo ma non essere la scusa per irrigidimenti e snaturamenti, né vorrei usarei dei disegni per narrare eventi che certamente un saggio storico fa con più agio. Disegnare è molto faticoso, penso che l’occasione che ci è data non vada sprecata. 🙂

        • Syd ha detto:

          Il contesto per quanto pregnante deve rimanere tale infatti, anche per preservarne la dignità. Al saggio storico possiamo essere interessati in determinati momenti, ma dal fumetto, da questo fumetto, ci aspettiamo la storia di loro due, sulla scorta delle loro storie, quelle che già conosciamo, calati in quel nuovo contesto.
          Poi a disegnare devi sintetizzare ed arrivare al punto in uno schiocco di dita ed è una narrazione di altro tipo che rischia di rimanere invischiata in una serie di vignette descrittive di eventi.
          Qui conta l’emozione!!!!!
          Riguardo alle mie folli letture, le ho fatte per “non parlare di guerra”, il che sembrerà controsenso ma ha un perché: “conosci te stesso ed il nemico prima di affrontarlo” anche questo da parte del compare Sun! 🙂

  3. Donatella ha detto:

    “Lady Oscar” non è una storia di azione e di guerra. C’è la rivoluzione, vero, qualche scena di sangue e violenza, c’è la grande Storia a fare da sfondo a storie più piccole, che si intrecciano e vivono, emergono e brillano, ma in certi momenti addirittura la oscurano, ci fanno dimenticare della guerra. Perché il romanzo di Oscar è soprattutto una storia di sentimenti, osservati e analizzati in maniera scrupolosa, attenta, realistica. Sentimenti legati a personaggi con una psicologia e una personalità ben definita. Sentimenti intensi, struggenti e delicati, che hanno un percorso, un’evoluzione, e in cui possiamo rispecchiarci.
    Libertè mi è parso fedele all’opera originale. Dietro lo sfondo della rivoluzione, c’è un’umanità che ama, lotta, vive. Si avverte. Si possono sentire i cuori di Oscar e André palpitare. E’ come una bellissima melodia… Ma bisogna saper fare “silenzio” per cogliere la musica che c’è dietro alle parole!

    • Syd ha detto:

      Bellissima conclusione la tua!
      Sì, quello che appare più evidente non è che una parte del tutto.

    • lauraslittlecorner ha detto:

      Infatti, hai ragione! La guerra fa parte, ahimé, inevitabile, in quel caso, del contesto, come lo avrebbero fatto in altro caso gli eventi parigini, avessimo scelto di lasciarli in zona. Ma se fai una doujinshi su Lady Oscar non può essere un protagonista, semmai la cornice storica. Bellissimo, quello del silenzio. Molto bello.

  4. alessandra ha detto:

    Naturalmente la risposta che mi sale alle labbra d’istinto è: “il cuore”, ça va sans dire. Però, pensandoci meglio, dovrei dire che sono tutti e due: il cuore in funzione del fioretto, il cuore che non potrebbe esistere, non sarebbe diventato tale, senza il fioretto. Che poi penso sia quello che pensiamo tutti di Oscar: la scelta che prima il padre ha fatto per lei, e che poi lei ha confermato a modo suo, del fioretto, ha un peso determinante, direi fondante, nella costruzione del cuore. Il fioretto forse più come metafora di un ruolo forte, responsabile, “maschile”, che di un’attitudine allo sfondare crani altrui, certamente. Oscar è anzi una donna sensibilissima con gli altri. Il fioretto è il combattere nella vita, nei rapporti, il trovare il coraggio di “sporcarsi le mani” in una quotidianità difficile che è una continua sfida, non semplificata dagli agi di un destino dorato e segnato da dama. L’uniforme, in fondo, è un lascito del mito, un dato tradizionale, un simbolo consegnatoci dall’autore, injteso come categoria del racconto: è quello che ad Oscar capita perché il padre è un generale, e perché il ruolo maschile per definizione, antitetico a quello femmineo, è il mestiere delle armi. Ma abbiamo a che fare sempre con una cosa, e cioè la sfida di una vita affrontata con coraggio e mettendosi alla prova. La cosa si problematizza di più, per Oscar, perché lei è donna, ed è costretta a porsi il problema. Ma il problema, ci suggerisce Dezaki, alla fine se lo pongono tutti, perché anche non scegliere è una scelta, quando si vive. Se lo pone Girodel, che si accorge che non può sparare sul suo comandante – che incidentalmente è anche la donna che ama – solo perché indossa quell’uniforme e lo hanno messo casualmente lì: dopo una vita passata a dire sì, si accorge che deve per forza dire no, e prendersi la responsabilità di farlo. Se ne accorge Fersen, che da tante belle speranze di gioventù deve accettare un vituperato destino da cicisbeo, e trovare il coraggio di sostenerlo se vuole vivere con onestà il suo sentire. Se ne accorge anche e perfino André, che fin dall’inizio ha davanti lei, e che forse in un’altra vita si sarebbe messo a fare tutt’altro che il mestiere del baricentro, ma che fin dall’inizio capisce – prima con l’istinto e poi consapevolmente, in un piena presa d’atto -, che quella è la strada che deve compiere, e che deve avere il coraggio di percorrerla. Il bello di André è che lo capisce da subito, anche se la presa d’atto arriva per gradi: che, anche quando non ha elaborato bene la cosa, non ha il minimo dubbio sul da farsi.
    E’ quasi come se Oscar, interpreatndo questo ruolo maschile e guardando nei recessi più riposti della sua identità, avesse costretto gli altri a giocare un ruolo “femminile”, a scrutare nei meandri delle proprie identità, a porsi un problema che forse non si sarebbero posti, o si sarebbero posti altrimenti e dopo. E’ compiendo la scelta più importante, quella di cosa essere, che tutti i nostri eroi percorrono la loro strada fino alle necessarie conseguenze. In effetti la maestria dell’anime è proprio in quell’aver condotto la storia all’epilogo inevitabile date quelle premesse.
    Ma nel caso in cui non fossero morti? E… se? What if, insomma? Be’, è difficile davvero, e ci abbiamo provato tutte in mille modi, immaginare un what if, perché in realtà l’unico what if possibile era proprio quell’ “E morirono felici e contenti” che ci consegna il finale. Però, se fossero sopravvissuti alla loro scelta, cosa avrebbero mai fatto? Io, come tutti sanno, li avrei fatti vivere felici e trombanti, certo; ma “Liberté” cerca seriamente (non ch’io non fossi serissima!) di interrogarsi su questo, e lo fa con la stessa consapevole tristezza che si respirava nelle ultime pagine della serie animata, cercando di darsi delle risposte plausibili.
    Questa è una risposta plausibile, anche se non so, personalmente, che genere di esito le darei alla fine (e naturalmente non ho la minima idea di quello che intendono darle le autrici). Penso anche, così in generale, che – benché sia importante fermarsi a raccogliere qualche frutto per strada – a volte si continua a fare quello che si è sempre fatto anche perché forse è l’unica cosa che si sa fare, l’unico modo in cui si sa vivere, e perché cambiare ciò che si fa è difficile, se ciò comporta il cambiare ciò che si è.

  5. Marilia cataldi ha detto:

    Ben detto. Hai colto nel segno il mio personalissimo modo di vedere Oscar nei suoi travagli interiori e nelle sue conseguenti scelte.
    Hai perfettamente ragione quando affermi che la sua è una continua crescita e una maturazione ponderata e a volte sofferta, ma comunque inevitabile per la sua integrità morale. E si, a volte cambiare idea è segno di maturità e di apertura mentale.
    Scegliere. La vita è fatta di innumerevoli scelte e di infiniti bivi, ma poi quando la decisione è presa bisogna portarla avanti.
    E Oscar questo lo sa e lo fa con coraggio.
    Infine compliemnti per come hai tratteggiato il nostro amato personaggio: ogni parola usata è un riferimento preciso e conciso al cartone, caratteristico di chi lo ha interiorizzato a tal punto di essere diventato parte di sé.

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