Fanwork in progress – progress

25 gennaio 2014

LUZI_Al_Os_corpi_insieme_progress_credits

Proseguendo nella realizzazione…


Fanworks in progress

23 gennaio 2014

LUZI_Al_Os_corpi_insieme_pencils copia_credits

Al lavoro! Con alcuni disegni in progress in parallelo. E altro in itinere. Sto facendo una fatica enorme per “recuperare” i miei luoghi, virtuali e fisici. E’ come se, per raggiungere le mie scrivanie di lavoro (quella da disegno l’ho dovuta spostare per il freddo in soggiorno sul tavolo da pane di mia nonna), io, ogni volta, debba navigare attraverso le cose, gli inconvenienti, per poter raggiungere, soltanto alla fine, tra le varie cose fa fare, il mio lavoro. Un nostos! Ma molto stancante. Questo disegno è dedicato a un’amica che, prima di tutte, ha apprezzato Alain. 🙂


Segno e significato

11 gennaio 2014

Mi è capitato di vedere disegnatori alla giapponese non molto dotati della capacità di disegnare a mano libera, di creare immagini o espressioni originali, se non copiando. Probabilmente alcuni pensano che il manga è semplificazione; altri che il lettore non noti la cosa. Penso che sbaglino entrambi. Il manga, nella sua forma originale, è velocizzazione, piu che semplificazione, perché nasce dall’esigenza di pubblicazione veloce degli episodi in Giappone. Quelli di maggior successo, poi, vengono rivisti, aggiunte vignette o figure laterali dove originariamente c’era pubblicità, e raccolti in albi. L’esigenza di disegni veloci, che là ha un senso, qui da noi lo ha meno. Eppure ho visto all’opera chi, pensando di “semplificare in stile manga”, tenta di ovviare alla carenza di base. Chi fa così, ragiona come se chi sta dall’altra parte, che sia lettore o collega, sia incapace di notare certe cose. Eppur, si nota. Sia chiaro: non sto parlando di documentazione fotografica, di documentazione di movimenti e simili. Tutti i disegnatori usano, per serietà professionale, immagini di riferimento, si documentano. Se devo fare uno sfondo con alberi e simili, devo avere immagini di alberi a cui ispirarmi. Lo stesso se devo fare uno scorcio di Parigi o di Versailles. E’ chiaro che devo avere un modello e poi starà a me come elaborarlo. Anzi, a proposito di documentazione, penso qualcuno si ricordi di quando mi lamentavo di non avere abbastanza foto di un luogo, di aver visto questo e quello ma non quell’altro. O la mia clamorosa e sconsolata costernazione per aver chiesto foto, immagini, documentazione fotografica e aver ricevuto solo un link di un’immagine minuscola, strausata e peraltro di un modellino! Per me invece è normale fare un viaggio e fare foto di riferimento, che poi invio e condivido con chi lavora con me, per esempio è successo nel 2009 quando feci diverse foto che poi dovevano servire per i successivi Liberté che in quelle zone erano ambientati. Ma anche altre volte, negli anni precedenti, scorci di vegetazione toscana, sarda,  trovando paesaggi o scorci plausibili, particolari. Una coppia di amici, che era stata in Alsazia, mi passò gentilmente diverse foto che io condivisi e che fecero (anzi, faranno!) da sfondo a diverse immagini. E, oltre questo, spesso i disegnatori, a volte, proprio in un gioco di rimandi col lettore, usano volutamente citazioni. E poi io parlo di disegno puro.  Un conto è la capacità di saper fare una citazione creativa, viva, renderla personale col proprio talento e la propria sensibilità, un conto è copiare. Per me sono cose completamente diverse. Copiare è un modo di arrivare dove non si potrebbe per difetto di capacità. Un fumetto, se buono, deve avere una buona storia, buona sceneggiatura (sono d’accordo con Syd quando definisce certo tipo di sceneggiatura da fumetto: “la retorica e la struttura dell’ovvio, gli elenchi esanimi”), aderenza ai personaggi e caratterizzazione profonda, buona scansione delle scene, buone ambientazioni (non meccaniche, non artefatte – a meno che non lo richieda il contesto, ovvio! -) e buon disegno (vero, espressivo). Tutto questo concorre a un equilibrio complessivo che rende il fumetto leggibile e non fa chiudere subito le pagine. Più facile chiudere per noia o disinteresse un fumetto che un libro, perché, paradossalmente, è più difficile leggere un fumetto, richiede più interazione, più volontarietà. Invece, l’abitudine è che il fumetto si consuma velocemente, il libro no. E – obiettano questi disegnatori -, quindi, a che pro? Beh, intanto, risponderei, per se stessi. E per altre ragioni, anche. Purtroppo è vero che un fumetto si sfoglia velocemente e un libro no. Ma penso sia un errore sfogliarlo solo di corsa per vedere come va a finire e non gustarselo. Un fumetto è come un film, ha spesso una lunga preparazione degli argomenti a monte, un lungo studio, lunga ponderazione: andrebbe letto, guardato, indagato, con attenzione e curiosità. Come un quadro di Van Gogh, che uno guarda l’insieme e poi guarda i particolari, gli arredi, le scelte, i colori e cerca di sapere in che anno fu fatto, il contesto. Ci va fino ad Amsterdam per vederlo dal vivo. Non che sia un quadro, un fumetto, per carità, ma un lettore dovrebbe considerarlo un genere più ampio, e tanto dietro c’è, tanto fuori il lettore dovrebbe riuscire a cogliere. I colori, le citazioni, gli oggetti, perché anche questo fa parte del protocollo di comunicazione dell’autore col lettore. Tornando però all’autore, penso che non sia giusto pensare di poter bypassare il disegno puro perché “si disegna alla giapponese”: chi fa così e non riesce a creare niente di originale dovrebbe porsi qualche domanda.


Touched… – Catriona & Barry

9 gennaio 2014

Stasera stavo cercando di reinstallare la tavoletta grafica e lavoravo ai miei progetti. Ad un certo punto, ho avuto necessità di riguardare un pezzo del film live. Ebbene, la faccia di Catriona quando schiaffeggia di rimando il generale mi piace. E mi ha commosso, seriamente, quando, dopo la dichiarazione, lei gli prende la mano e lo conduce per i gradini, quasi guidandolo, e lui, in attesa, si inginocchia lì accanto, e non si muove, aspetta che sia lei come a invitarlo. In silenzio, lui una recitazione fatta dall’espressione del viso e dalla posa, quasi raccolta. Non lo so, mi ha commosso. L’ho trovato di una delicatezza unica.


da Sonia e Fra: Nuova Gaiden – dedicata a Fersen

4 gennaio 2014

Sonia e Francesco mi segnalano questa nuova Gaiden su Fersen, appena uscita, addirittura di 35 pagine, quindi più corposa delle precedenti. Segue annuncio su prossima Gaiden dedicata ad Alain. http://www.badcomics.it/2014/01/one-shot-dedicato-al-conte-fersen/7495/

Se ne parla anche su Natalie.mu  e su Mangaforever.net mente qui trovate un’immagine


Harlock in salsa Takarazuka – Il vuoto dell’epica

4 gennaio 2014

Sarà che ho tante pretese in campo fumetti e animazione. Sarà che consiedero Evangelion I serie l’ultimo grande lavoro giapponese di sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi, assieme a 5 cm per Second, mentre ho trovato il cuore sempre più assente nei via via più perfetti prodotti giapponesi.  Sarà anche che di film d’aninazione, 2 e 3d, ne ho visti tanti, e fatti bene. Sarà sicuramente anche che sono ipersensibile quanto ai vecchi personaggi dei cartoni e alle rivisitazioni. Sarà, eppure ho trovato godibile Astroboy (ma forse perché meno coinvolta dal personaggio).
Insomma siamo andati a vedere Capitan Harlock 3d.
Premessa. Capitan Harlock ha goduto di tante riletture negli anni, che mi sono sorbita, assieme al fumetto originale. Il problema di tutte queste riletture è sempre stato che, sia pure tecnicamente molto belle e ben realizzate, non riuscivano né trasmettere né, a monte, a cogliere, le suggestioni che avevano reso il personaggio della serie originale così affascinante, imprimendolo nei nostri ricordi. Quello che rimaneva impresso per i toni malinconici di voce, per l’etica, per la bellissima colonna sonora, per i non detti, per quelle immagini struggenti di lui e Mayu, la loro lontananza, i silenzi alcolici di Meet, per non parlare del drammatico personaggio di Kirita e di Namino Shizuka, non sono solo “di stile”. Erano un capolavoro che era riuscito e frutto di tanti equilibri. Io, da allora, non l’ho più ritrovato.
E non si può dire che non abbia rivisto la serie, che il mio ricordo sia appannato dal mito della memoria. L’ho rivista varie volte, anche di recente.
Già Arcadia of my Youth e la serie SSX tradivano alla grande questo equilibrio, tecnicamente bellissimi, charades di Araki, eppure vuoti.
Doppiaggio a parte. Va detto che mi manca l’interpretazione di Gianni Giuliano, che non ho ritrovato nell’Harlock di Marco Mete. Che, invece, ho ritrovato nell’Harlock di Massimo Rossi di Galaxy Express e Addio, Galaxy Express, di cui questo nuovo film qualche tematica riprende.
In questa bella sinossi tante informazioni utili se volete approfondire su Capitan Harlock http://web.cheapnet.it/magenta/the-dark-universe-of-harlock/harlockfilmografia_html.html È tratta dal sito The Dark Universe of Harlock di Nik Guerra.
Quindi, eccoci al cinema.
Mio cognato mi aveva parlato di un documentario previo, non l’hanno trasmesso. Iniziamo quindi col nostalgico marchio Toei, qualcosa che, da Ufo Robot contro gli invasori spaziali, mi emoziona! E infatti. Solo che l’impressione, fin dalle prime scene, non è il massimo. Aleggia un senso diffuso di delusione come per tutti gli altri remake. Innanzitutto, i modelli umani 3d molto molto simili a quelli del film Final Fantasy. Ci somigliano proprio tanto come pelle, denti (pure il colore: ma gli attori se li sbiancano! °_°), le espressioni e pure le movenze. È un peccato, perché proprio le scene iniziali, quelle che, in fondo, devono coinvolgere lo spettatore e farlo entrare dentro la storia, affidate a una crew realizzata abbastanza malamente, lasciano una cattiva sensazione di schiene rigide, di pose un po’ meccaniche, di espressioni innaturali. E di già visto, appunto, perché il ricordo di Final Fantasy è proprio forte, anche nelle citazioni di Gaia. Peccato sia un film del 2001 e sono passati tanti anni da allora!  È vero che all’epoca avevano realizzato l’attore digitale, capace di interpretare vari ruoli, ma possibile che, in tanti anni, non sia evoluto niente?
Proseguendo, la sensazione è che la cura per le parti meccaniche e le relative animazioni, come per le ambientazioni, sia molto più forte e che, invece, i personaggi secondari o diciamo terziari siano stati affidati a staff minori o con minori risorse tecniche, perlomeno. Va detto, invece, che una buona resa c’è nella pesantezza dei corpi.
I personaggi principali sono realizzati con qualche cura in più, ma sempre con effetto Final Fantasy. Per esempio, è abbastanza innaturale come le teste risultino rispetto ai colli e ai tronchi. Tanto da evocare, sì, la posa-cartone, ma da risultare fastidiose visto che si fa animazione 3d per ottenere un effetto non-cartone. Stessa storia per le spalline che finiscono per risultare comicamente imbottite. I gomiti non ci sono.
Il film è volutamente epico, e quindi, niente, te lo devi sorbire così, con i voli, le battaglie, le scenografie delle architetture e dei seggi che ricordano, come si è scritto, La guerra dei cloni. Ma volutamente epico non è che debba significare per forza assenza di umanità, di capacità narrativa ed introspettiva. Eppure, da ormai troppi anni, l’animazione giapponese la scrittura, l’introspezione psicologica, sembra averle proprio dimenticate. E quindi una grande occasione persa. Tecnicamente sulle astronavi  no, ma tecnicamente sui personaggi e a livello di scrittura sui personaggi, sì.
Ovviamente c’è una storia interessante dietro, c’è tanto di narrazione alla giapponese, non dico che sia male, non lo è, ma ha tutti i difetti che questo tipo di narazione può avere, senza averne però quei pregi particolari. Certo, non è fatto male, ma se si pensa che dietro c’è la Toei Animation, l’idea è di occasione un po’ sprecata, soprattutto a livello pathos, caratterizzazione personaggio principale, e di introspezione psicologica. Le musiche vogliono essere epiche, e, per carità, lo sono anche, ma non riescono a dare quell’emozione della splendida prima colonna sonora.
L’arte del riciclo, per cui vedevamo ripetutamente in SSX il muso con teschio dell’Arcadia, qui è giustificata dal funzionamento dell’animazione 3d, che consente di riprendere la stessa animazione da più camere. Quindi stavolta ci becchiamo tre o quattro Arcadia che escono dalla nube da diverse angolazioni, e due speronamenti, il secondo cambiato di lato.
Harlock è veramente bello. Ma finisce lì. Il nostro personaggio, sfruttato come nome e charades, emerge solo in due punti, guardacaso due confronti con Yama, il giovane coprotagonista, per il resto, ha ragione chi ha scritto, commentando, che “sta in posa”. In un caso è particolarmente comico – e peccato, perché siccome è un momento del film pure drammatico, la comicità involontaria spezza il pathos, già difficile da raggiungere per una storia così arzigogolata e cervellotica – niente di nuovo per noi avvezzi ai voli di Matsumoto, ma sempre un po’ meccanica –. Per il resto, è in bilico tra il vuoto, il grottesco e il triste – per noialtri –. Il tentativo di evocare il personaggio, tutto affidato all’atmosfera delle scene, non riesce, se non a tratti. Tutto questo spiegamento di scene, atmosfere, ambientazioni, non basta ad evocare l’atmosfera speciale della prima serie e quell’aura che caratterizzava quell’Harlock. Manca la scrittura dietro il personaggio, manca la caratterizzazione psicologica. Non necessariamente questo deve estrinsecarsi in verbosità, ma uno script dovrebbe riuscire a farlo passare. Qui, invece, non ci si riesce e si tenta di ovviare alla carenza di scrittura con tanta spettacolarità o con le ambientazioni e le luci. Senza riuscirci.
Una menzione particolare merita la plasticissima falcata di Yuki, per la quale probabilmente si sono spese parecchie energie. Molto realistica anche la corsa dei personaggi. Ma, ad esempio, sempre Yuki, che somiglia alla nostra Monica Vitti, ha ciglia imbarazzantemente ipertrofiche.
I protagonisti sfoggiano dei parrucconi in stile Catrioscar o, anche, Takarazuka, incredibili, lucidi, cotonatissimi. Vorrebbero fluttuare al vento e quindi singole ciocche lo fanno, ma il resto sta lì, cioccoso, stopposo, rigido e innaturalmente luminoso, tipo Barbie. Yuki, appunto, tra viso, criniera e i ciglioni, somiglia a Monica Vitti. Incredibili attaccature di capelli tra i consiglieri, in stile Guerra dei cloni. Dopo i capelli di Rapunzel e di Rebel, è dura, per quanto io ami gli anime… -_-;
La chiccha per noi oscariani. Ad un certo punto, nella parte della storia in cui deve comparire Ezra, vediamo un corridoio in puro stile Versailles, pare proprio la galleria degli specchi, con gli specchi sulla sinistra sostituiti dalle finestre di destra ribaltate! Mi sono chiesta se sia uno degli scarti di lavorazione del famoso film Toei su Lady Oscar.
Menzione speciale: le bocce fluorescenti di Yuki. Non sfigurerebbero su Venus Alpha. Tenere presente in caso di riciclo. E, dimenticavo!, il suo tanga affiorante sotto la tuta, a cui vengono dedicate quasi più inquadrature che al protagonista, pur perennemente in posa!


Catriona MacColl su Iris

4 gennaio 2014

Stasera su Iris, 00,45-2.17, “The Beyond” di Lucio Fulci, classico dell’horror, con Catriona MacColl come protagonista.
http://it.wikipedia.org/wiki/…E_tu_vivrai_nel_terrore!_L%27aldil%C3%A0