“Io sono fatto così”. Ovvero “L’antimanzo”.

“Io… io sono fatto così”.

Cito a memoria dall’edizione Granata. André che parla di se stesso. Una frase che mi colpì da subito, assieme a un’altra. Perché entrambe volevano dire tanto. Lo descrivevano bene.

L’altra era dell’anime, ep. 39. “André non ha mai giocato a carte con noi neanche una volta.”

Negli screenshot qui sotto, tratti dall’edizione Yamato, potete leggere gli script originali.

Mi ha sempre dato da pensare – e ancora più in questi tempi di fruizione ormai mediata dai social, dove Mr G è ridotto – uso parole che leggo sui social – a un manzo. Cosa intendano per manzo esattamente non so, sono sempre stata aliena dalle conventicole troppo femminili e dalle sorority, ma suppongo qualcosa tipo un gran pezzo di figo. Tanto che prolifera la produzione di vitelloni ignudi, fatty & oversized con attaccata la di lui faccia pur di strappare like e, immagino, consensi dalle fan in calore –.

Io, come molti del giro, arrivo da tempi in cui le notizie non c’erano, si faceva di tutto per sapere, ogni cosa che riuscivamo a conoscere era benedetta e non promanava dallo smartphone come adesso. Avevamo un’educazione civica e, poco dopo, una educazione a internet, una netiquette. I siti ce li costruivamo, pensandoli, organizzandoli. Non ci limitavamo a ficcare immagini in una pagina prefabbricata (c’è chi la confonde, con somma ignoranza, con un sito!). Avevamo rispetto per i personaggi perché li avevamo conosciuti attraverso una fruizione tutta interiorizzata, un poco alla volta. Le cose le rispettavamo, perché non le avevamo avute, mancavano, non ridondavano, le abbiamo dovute cercare, conoscere poco per volta. Manzo, suppongo, in quanto oggetto di conseguente delirio sensorial-ormonale, non ci sarebbe venuto in mente.

E forse, lui, se mai fosse esistito e fosse stato così come raccontato da quelle frasi, sarebbe stato alla larga da certe cose. Come dalle carte. Proprio queste due frasi, tratte, guarda caso, sia dal manga sia dall’anime, connotano un personaggio con una profondità tale, da aver lasciato il segno in chi ha seguito la storia. E non credo solo nelle ragazze. A me proprio questi lati piacevano. E non sfottete sul lato B.

La questione, come ho già scritto più volte, era che Andore era un personaggio normale. Uno da vita di tutti i giorni. Non superatletico come Oscar, né sparluccicante come Fersen. Era credibile. E quello che, nel manga, dice di sé, “Io… sono fatto così”, è una osservazione che ognuno di noi potrebbe fare di se stesso. E commovente, e indicativa di una riservatezza non comune, è la frase che i commilitoni gli riservano: “Non ha giocato a carte con noi neanche una volta. Era diverso da noi”. Non credo, per tirare le somme, ai tempi nostri, sarebbe diventato un gossipparo da Facebook, uno che passa le giornate in chat a sparlare di cazzi degli altri riempiendo il vuoto interiore o a mettere like o pin a immagini che scorrono, una dietro l’altra (tanto da non importare manco più come sono realizzate – intendo la qualità -) senza costrutto.

Tornando al 39, l’episodio di ieri, è interessante, e negli script originali è ancora più evidente, come vi sia un arco che passa da André ad Alain, ad Oscar.

Ormai morente, André sussurra: ”Tutto sta per iniziare”. Nella nostra versione è reso un po’ diverso, ma il concetto è chiaro, anche se non così esplicito.

Alain riprende la frase nel tentativo di consolare Oscar. Nello script originale dice infatti: “Tutto deve ancora iniziare”. Oscar non è in grado di ricevere consolazione. Alain ci prova, ma non ce la fa. Arriva a dirle: “Non sei l’unica a soffrire per la sua perdita”. Ma, niente, lei è finita.

Eppure, nel suo girovagare notturno di atroce confronto con se stessa (“Ti amavo, e da molto tempo, credo. (…) Non accorgersi di un amore è peggio che tradire” – parole che ho citato nell’incipit di “Christine” non a caso –), quella frase, non così chiara nel nostro adattamento (in cui Oscar domanda ad André “Che cosa devo fare?” – ma anche questo ha un senso, in fondo –), torna. Oscar, la notte, si ferma e si interroga: “È davvero tutto finito?” Una frase a prima vista incomprensibile, a meno di non collegarla con le due precedenti, chiudendo il cerchio.

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