I marzo 1982

1 marzo 2019

Ribloggo il mio articolo pubblicato su questo blog il I marzo 2012.

Trentasette anni fa

Trent’anni insieme

Era il I marzo 1982, le otto di sera, e torno scapicollandomi da danza, perché, da qualche giorno, su Oggi e Gente di nonna ho adocchiato la pubblicità di un cartone che andrà su Italia 1, alle 20. “Le avventure di una giovane fanciulla, travestita da ufficiale, alla Corte di Versailles.” Sopra, il gruppo dei personaggi, sotto Oscar e André, bellissimi, lui già ferito all’occhio. Su Rete 4 mollo senza rimorsi gli ultimi episodi di Isabelle de Paris, che non mi è piaciuto, ho amato di più Jeanie dai lunghi capelli (e sono tutt’ora traumatizzata dal remake di qualche tempo fa – perché fare i remake? -_-;). Accendo, e che sia benedetta quella pubblicità, senza la quale mi sarei persa qualcosa di unico. Quel primo, bellissimo episodio, disneyano, Araki e Himeno alla grande, una struttura perfetta, i dialoghi, le voci, le incertezze e le ribellioni dell’adolescenza e quella tristezza, negli occhi di Oscar, negli occhi di André. Un episodio che contrasta con lo stonante episodio 2, avventuroso e rocambolesco, con missione e minaccia di travestimento dal papi. Abito bianco, anche qui, come nell’ep. 25, forse del tutto a caso, forse no, la ripresa successiva a distaccarsi dal rosa dell’abito ikediano. Trent’anni fa. Una vita diversa. E la fortuna di esserci imbattute in questa storia.


14 luglio – Bastille!

14 luglio 2016

E avrei voluto fosse andata diversamente. Fosse finita bene, dicono alcuni, non sarebbe stato amore così epocale per noi appassionati. Ma io non lo so. Era una storia troppo bella, la loro, e anche tanti anni, avanti, di serenità e pace, o lotte, o non so, loro sarebbero stati sempre fantastici da seguire. Con tutto il mio affetto di questi 34 anni… ❤

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12 luglio

12 luglio 2016

Dal nostro sito Laura’s Little Corner, mi piace ricordare questo giorno con un racconto che scrissi nel 2007, dal titolo 12.

http://digilander.libero.it/LittleCorner/Fanfics/Laura_chan/12.htm

e traduzione inglese a cura di Bradamante

http://digilander.libero.it/LittleCorner/Fanfics/Laura_chan/12_engl.htm

E, per i giorni successivi, con questo di Alessandra

http://digilander.libero.it/la2ladyoscar/Fanfics/Alessandra/liberaci_dal_male.htm

questi due di Sydreana

http://digilander.libero.it/la2ladyoscar/Fanfics/Sydreana/storia_di_nebbia.htm

http://digilander.libero.it/LittleCorner/Fanfics/Sydreana/primavera.htm

e questo di Silvia

http://digilander.libero.it/LittleCorner/Fanfics/Silvia%20Sign/13_juillet.htm


Fisicità e sentimento. Le ragioni dell’amore.

11 luglio 2016

Giustamente nelle vecchie fanzine Yamato si ricordava come nel manga il sentimento che lega Oscar e André sia ben tratteggiato. È vero anche che la necessità di accorciare la serie dalle 52 puntate regolamentari alle effettive 40, visto lo scarso gradimento, comportò scelte e ci privò della possibilità di vedere una serie diversa, non solo nella seconda parte. Sapendo, infatti, di dover narrare con maggiore velocità, si sarebbe ancora scelto di soffermarsi così tanto su episodi inutili e “di cappa e spada” come il 2? O di indugiare troppo sulle beghe di palazzo e sulle collane strappate della du Barry?

Vale dal mio punto di vista, però, considerare che in effetti nel manga Oscar e André si mettono insieme al momento del giuramento della Pallacorda, per cui hanno effettivamente più tempo per stare insieme. E qui voglio considerare la enorme differenza del sentimento che Oscar sembra provare per Fersen e per André. Quello per Fersen è un amore quasi cavalleresco, tutto sentimentale, improntato ai canoni dell’amor cortese. Fersen è un po’ lo specchio dell’amore, per Oscar, che si accorge, attraverso la regina e il conte, coetanei, di un sentimento che la sorprende ma che vive nascosta e che sceglie di propalare solo nel momento in cui ha effettivamente deciso di rinunciarvi. Questo, perlomeno, stando allo script originale del cartone e al manga. Non c’è un trasporto fisico. Oscar non pensa a Fersen in quel senso. La fisicità si esprime in modo quasi fanciullesco: indossando un abito. L’abito, a sua volta, si fa metafora, velo e corazza protettiva. Nasconde anche l’identità, oltre che i sentimenti. Oscar, così, può giocare a fare la donna, e a tentare un primo approccio pratico, sia pure fanciullesco, sentimentale.

Ben diversi sono gli atteggiamenti e le parole che riserva per esprimere e descrivere il suo rapporto con André. Sono gesti, e sono parole fisiche. Parla di sguardo, di bellezza, di profumo. Ricorda più volte le sue labbra. Si lascia abbracciare, cerca gli abbracci, come conforto, come quiete, come rifugio. I corpi si cercano, si toccano. Restano lì. Si uniscono. Oscar comanda da par suo, ma appena dichiaratisi, richiama lui con uno sguardo, si baciano. Una scena bellissima. Oscar vive con André una relazione effettivamente molto più fisica, e lo ammette. “Innamorata con tutta me stessa”, dice. Se ne stanno in giardino, vicini. Mi colpì la traduzione Granata, ma anche le altre successive vertono su questo. Anche una volta perso André, Oscar ricorda l’ardore con cui l’ha amata. E non intendeva metaforicamente.

Oscar trova in André il sostegno, la tenerezza, la forza quieta. E glielo dice in più punti. È interessante valutare come la Ikeda abbia spesso ricordato come Oscar sia un po’ diventata la rappresentazione di se stessa e delle sue esperienze, avendo con questo personaggio più libertà narrativa che non con Maria Antonietta. Eppure, col tempo, le sue idee sono mutate e, in una intervista di anni fa, dichiarava come “Girodel (…) è l’incarnazione della classe e della raffinatezza della vera nobiltà francese, espressa soprattutto nel modo galante in cui consente di rinunciare a Oscar. Quando decisi che sarebbe stato André ad amarla, pensai che avrei dovuto eliminarlo dalla scena, perché un popolano come André non avrebbe avuto alcuna speranza di impedire il loro matrimonio.” Sono parole che sinceramente avrei preferito non leggere e non ricordare e che sottintendono una disistima del valore della persona in sé a favore di quello di averi e sovrastrutture. Mi direte, ma André non è un villico. E infatti, rispondo, non mi pareva proprio che fosse un tale buzzurro. Se lo fosse stato, Oscar non credo lo avrebbe sopportato. In più, che criteri di giudizio tali parole attribuiscono mai ad Oscar? Quelli di scegliere una persona in base al rango e allo status? Cioè se Girodel non si fa indietro, Oscar per insondabili ragioni di status dovrebbe per forza scegliere lui? Sinceramente, non capisco.

O, meglio, capisco l’autrice sovrastata dalla potenza della propria opera e dall’autonomia che essa ha assunto negli anni, anche grazie al cartone, per noi occidentali. Ma un po’ di rispetto per i lettori e per i personaggi amati… 😉


Site updates – 2 giugno – preview Liberté 3

2 giugno 2016

http://digilander.libero.it/la2ladyoscar/Updates/last_updates.htm

https://digilander.libero.it/LittleCorner/tavole_Laura7.html

Tantissime novità in questo update! Finalmente le anteprime di Liberté 3 tutte previamente concordate! Sul sito ho rifatto la home, rifatto completamente la pagina principale di Liberté, creato una pagina per l’anteprima di Liberté 3 coi file concordati, creata, finalmente, una pagina per L’Alba e inserite nuove illustrazioni nella mia Gallery. Nel link, alcune tavole di Laura Luzi. Qui sotto, a sinistra, cover di Laura Luzi e, a sinistra, tavola 15 di Laura Luzi.

ADV_LUZI


Fanworks! Ora disponibile!!!

11 dicembre 2014

https://www.youtube.com/watch?v=HJELd9lesg4

fanworks pub_NEW_75_NEW_scritte

Fanworks disponibile dal 30 novembre 2014

lauraslittlecorner

LUZI_fanworks pub_NEW_75_NEW

In uscita nei prossimi giorni “Fanworks”!

Si tratta di una raccolta di 75 illustrazioni di Laura Luzi, alcune del sito e altre inedite o nuove. Oltre ai propri disegni, Laura ha invitato a partecipare Elena Liberati, con 3 illustrazioni, e Serena Benincasa, con 2. Con un messaggio di saluto di Massimo Rossi.

Il volume ha 76 pagine, in formato A4,  completamente a colori. Le illustrazioni sono realizzate in varie tecniche: pastelli, matite colorate, acquerelli, tempere acriliche, CG, Pantone, Copic. Info qui http://digilander.libero.it/la2ladyoscar/Fanworks/mainfanworks.htm

Laura Luzi è tra le autrici del “Fanart Calendar”, coautrice di “Liberté”, dello speciale Strike Lo Vecchio su Lady Oscar e, prima, di altri lavori in campo doujinshi e fanzine. E’ anche la webmaster del “Laura’s Little Corner“.

Elena Liberati non ha bisogno di presentazioni. Anche lei collabora al “Laura’s Little Corner“, è tra le autrici del “Fanart Calendar”, coautrice di “Liberté”, dello speciale…

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29 anni fa – 6 dicembre 1982

6 dicembre 2011

Lunedì 6 dicembre 1982 finiva Lady Oscar su Italia 1, con la messa in onda dell’ultimo dei tre episodi inediti che nella primavera precedente non erano stati trasmessi.
Non si trattava di una totale novità, quanto al finale.
Se i giapponesi non ebbero sorprese, alla messa in onda della serie e degli ultimi episodi, se non nei cambiamenti dello storyline rispetto al manga, per noi, che la serie a fumetti non la conoscevamo, la sorpresa fu amara e dura da digerire. Ma, dicevo, non fu una sorpresa completa. Di fatto, il 22 ottobre era stato commercializzato l’album di figurine Panini (io lo terminai il 6 novembre) e lì il finale c’era scritto.
Ora si sta più attenti agli spoiler, all’epoca questa cosa forse non fu considerata, o, forse, sì. Ma, mentre a maggio gli ultimi tre episodi erano stati saltati e noi ci aspettavamo, chissà, forse una seconda serie alla Candy Candy, stavolta gli episodi nuovi erano, invece, proprio i tre finali, quelli in cui tutto andava verso la rovina. Probabilmente si era scelto di non trasmetterli per creare aspettative e favorire il grande merchandising attorno a Lady Oscar, e per non deprimere il mercato (e il pubblico) con il catastrofico finale. A parte Zambot 3, in effetti, e la morte di Musashi in Getta Robot (vabbè, ma non era propriamente l’eroe bello e amato…) all’epoca nessun cartone era andato a finire particolarmente male (se vogliamo escludere la sfiga amorosa di Candy visto che in Italia tutti tifavano per Terence e nessuno vedeva i pregi di Albert).
A quel punto, a noi lettori e telespettatori, non restava che sapere come sarebbero morti, esattamente, i nostri protagonisti. Già, perché l’album non ci diceva il momento esatto, il timing anche dei giorni. Ci diceva solo che “gli avvenimenti incalzavano. Era il 14 luglio 1789, quando una folla straordinaria…” Quindi, noi, rimasti all’episodio 37, potendo al limite collocare al 20 giugno i fatti dell’ep. 35, non avevamo idea del come e del quando la tragedia sarebbe avvenuta. E, quindi, vedendo quegli episodi, il senso di sospensione, di attesa, rimase. Ogni momento poteva essere quello del ferimento. Ovviamente, gli sceneggiatori, scelsero di collocare gli eventi in fine episodio e di riprenderli al successivo.
Ricordo come mi sentivo in quei giorni. Ricordo la tristezza. Perché, certo, dovevo crederci, c’erano le figurine, ma vederlo su schermo era diverso. Non nascondo che fu bruttissimo. Lady Oscar, per me, era diventata qualcosa di speciale, più ancora di Goldrake.
E ricordo il senso di straniamento di fronte alla metà dell’ep. 40, quando, per me, finita Oscar, non c’era niente più davvero da dire.
Anche se ero abituata agli episodi riassuntivi delle serie, che da noi venivano trasmessi, penso che avrei visto e però trovato irritante, offensivo, il 41. Per me, ogni cosa senza Oscar e André era insensata. Quei due erano i protagonisti, coppia fin da subito, che stessero insieme o no, e, senza di loro, niente più funzionava. Si trascinava un guscio vuoto, inutile, un contorno insulso.
Stranamente, mentre ho sempre ricordato benissimo le figurine relative al ferimento e alla morte di André, ho come un vuoto su quelle di Oscar. Ho ripreso l’album e, sì, me le sono ricordate, ma quelle che ho sempre avuto in mente erano le altre.
Forse perché è la morte di André quella che innesca la tragedia. Senza di essa, forse, tutto non sarebbe precipitato.
E, forse, perché, negando anche il ricordo della morte di Oscar, è come se, in qualche modo, io voglia negare che la storia possa chiudersi.
Più avanti farò un post sul testo dell’album Panini, che era anch’esso, in alcuni punti, molto bello e ha fatto storia (a parte l’errore su quale fosse l’occhio ferito di André).
Ma oggi vorrei ricordare quei giorni, quell’anniversario di 29 anni fa, che, in fondo, ha segnato un po’ tutti noi.


So long, and thank you, Shingo

1 dicembre 2011

http://lecomptoirdelabd.blog.lemonde.fr/2011/12/01/shingo-araki-rejoint-les-etoiles/
http://www.animeland.com/news/voir/3153/Deces-de-Shingo-ARAKI

http://vitadigitale.corriere.it/2011/12/01/da-actarus-a-lupin-e-morto-il-disegnatore-shingo-arachi/

La notizia mi è stata data da Annalisa e Shophy qualche ora fa, ma WordPress non funzionava e così la posto ora.
http://www.apollodoro.it/articolo/morto-shingo-araki-addio-al-character-designer-di-goldrake-dei-cavalieri-dello-zodiaco-e-di-lady-oscar/3733/

Per me Shingo Araki significa gli episodi più belli delle serie storiche, quelli più importanti che venivano affidati al suo staff, soprattutto prima che il suo stile cambiasse, ingentilito da Michi Himeno.
Significa un Actarus bellissimo, Maria, Tetsuya, Hiroshi.
Significa quel primo, bellissimo, disneyano episodio di Lady Oscar, che mi ha sempre ricordato tanto il primo di Lulù.
Significa Bia, e altri ancora, perché ha prestato la penna, anche in seguito, ad altri personaggi che non erano nati in mano a lui.

Grazie, allora, per averli resi tutti un po’ più belli e aver donato loro quella scintilla in più.


Il lungo addio – separazioni a confronto

19 novembre 2011

In realtà, il titolo è un ricordo di uno degli special di Creamy…

Fumetto e cartoni si avvalgono entrambi di disegno e parole, ma richiedono necessariamente una gestione diversa.

Se si pretendesse di renderli uguali, si otterrebbe il risultato di Berserk, noiosissimo, perché quello che funziona su pagina non sempre funziona su schermo.

In Lady Oscar, alcune situazioni sono gestite, e, ritengo, a ragione, diversamente nell’anime e nel manga.

L’addio di Oscar a Maria Antonietta nell’ep. 36 è uno dei punti più belli visivamente e più toccanti della serie. Ripensandoci, la musica che va a chiudere, una delle mie preferite, quel cielo che stempera nel rosso, le foglie che mulinano nel vento, la bellezza dirompente e triste di Maria Antonietta, quella Oscar sempre più sottile ed eterea in cui brillano ormai solo gli occhi, sono di una drammaticità e di una potenza impressionanti.

Nel manga, come Oscar si accomiati dai suoi cari (mi si passi) è una questione gestita a suon di tavole riassuntive. Una sorta di addio al padre, e sottolineo sorta perché, di fatto, non lo si può tecnicamente definire tale essendo anticipato, viene, appunto, anticipato al dissenso che sorge tra i due in occasione della questione di Girodel e all’ultimo confronto che i due hanno. Lì, Oscar, con un discorso fatto più a se stessa e realmente bello, si interroga sul tipo di vita che ha vissuto, sul senso di essa e giunge a concludere che va bene, le va bene di aver vissuto così, anzi, ringrazia il padre di averle dato quella opportunità di condurre un’esistenza non comune per una donna (sembrerebbe quasi di leggere frasi dell’autrice al proprio padre…).

Poi, al momento di andare alla battaglia, c’è una tavola riassuntiva in cui Oscar dice addio al suo mondo, alla regina del rococò, a Fersen, a tutte le convenzioni.

Lì, l’addio di Oscar è iniziato ben prima. Quando suo padre le spazza dalla scrivania i filosofi politici e urlando e chiudendosi dietro i diktat e nel non ascolto pensa di risolvere una marea in atto. La madre di Oscar tenta una sorta di mediazione, come talvolta fanno le madri, ma ovviamente la cosa non riesce.

Nel cartone, Oscar non dà l’addio al padre. Gli lascia poche righe, che il padre non legge da sé, ma si fa leggere dalla governante. Tocca, invece, ad André il saluto del generale. Come giustamente notava Fiammetta anni fa, nella versione francese la cosa si risolveva nel je te la donne, a cui si ricorre in queste situazioni, di passaggio di gestione LOL, giurisdizione, brutto dirlo ma si tratta di potestà, da paterna a maritale, tra uomini. Per fortuna la nostra versione ci ha risparmiato l’umiliante definizione, ma tanto era. Insomma, André, che è quello che è andato allo scontro diretto col generale nell’ep. 35, viene qui riconosciuto come antagonista e avversario, il maschio anziano cede nel branco il posto al maschio giovane, e in questo, simbolicamente, e nel biglietto di Oscar, e nel padre che, attonito, resta di fronte al quadro, si risolve l’addio.

Una regia che quindi sfrutta i simboli e la giustapposizione di situazioni.

Altri addii – coppie a confronto.

Se pensiamo a Fersen e Maria Antonietta, Dezaki svetta in maniera impressionante. L’episodio 18 dovrebbe essere il culmine drammatico tra i due. Il finale, ricalcato dal manga e anche molto ben disegnato da Michi Himeno, riprende la scena nel boschetto, compreso il capitombolo dell’incauta podista.

Ma come mai nella memoria restano, invece, impresse le ben più austere immagini dell’ep. 20, quelle iniziali, straordinarie – uno dei più begli inizi di episodio “Come mai il sole deve sorgere tanto presto?” –, i due amanti avvolti nella nebbia, disegni forse meno luccicosi ma molto più dritti al cuore, quasi scarni rispetto a quelli di appena due episodi prima (Fersen in quelli è bello come Actarus, che gli potete dire?, ma qui colpisce al cuore il loro dolore); e quelle finali, lei gelata su quella sedia, rigida, come se ogni movimento rischiasse di far esplodere dolore e lacrime e verità, lui, solo in mezzo alla folla (cito Capitan Harlock, grande filosofo dei tempi andati LOL), lo sguardo triste e vinto?

E come mai, in quello che doveva essere l’episodio dell’addio dei due amanti, quel genio di Dezaki inserisce, invece, il confronto parallelo con un’altra coppia, quella di Oscar e André, che non è nata e già esiste, e che, in realtà, per tensione drammatica, svetta sui due amanti regali?

Non esiste, nel manga, lo stesso confronto.

Non è neanche comparabile la pallida e scialba pseudo-confessione di André a Rosalie al ballo che giustamente Silvia ricordava. Niente parallelo, niente confronto, niente tensione drammatica. André nel manga vive tavole urlanti o preganti o avvelenanti, ma, ironia a parte, il genio di Dezaki ha di fatto messo la coppia anche sentimentale di Oscar e André di fronte al pubblico proprio qui, proprio in questo episodio che doveva parlare dell’amore di Maria Antonietta e Fersen, di quello di Oscar e Fersen. Invece, qui il regista, pur parlando di questo, ha agito per contrapposizione e ci ha posto realmente, drammaticamente, di fronte alle due vere coppie.


da Elena: Oscar all’attacco

8 novembre 2011

Laura mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul fatto che Oscar, comandando l’assalto alla Bastiglia, si esponga in prima linea e di commentare questo anche in relazione ai comandanti famosi che fecero lo stesso.

Su Oscar alla Bastiglia abbiamo le due versioni, fumetto e cartone, entrambe sostanzialmente convergenti ed entrambe molto piacevoli. In particolare un applauso alla Ikeda, che ha creato una delle mie scene preferite! ^_^

Lì Oscar è veramente ufficiale fino alla punta delle unghie: niente eroismo di maniera, gratuito e fine a se stesso, niente teatrale agitar di sciabola. Al contrario, ordini brevi e semplici, in puro spirito “come facciamo ad aprire questa noce” (la Bastiglia). Il coraggio è implicito nella situazione e non sovrapposto ad essa, non so se mi spiego… Quasi quasi la preferisco alla versione cartoon che pure contiene sequenze azzeccatissime. Impressionante soprattutto, nella versione ikediana, la semplice efficacia dei comandi abbinata alla capacità di sostenere il morale dei suoi uomini con la voce.

E’ stato asserito che la partecipazione alla giornata della Bastiglia sia una scelta di morte. Tesi da rigettare, penso.

Il momento suicida è venuto prima (sia in manga che in anime). Oscar alla Bastiglia non appartiene a se stessa ma è parte di un tutto (le Gardes Françaises). Non può permettersi di scegliere la morte.

La sequenza più significativa in proposito la vedrei nel cartone, quando Oscar dice ad Alain “vengo, ma lasciami piangere ancora un poco”. Alain la lascia piangere… Se in quel momento indovinasse in lei follia suicida, penso, la spedirebbe in un canto con un ceffone e non sarebbe al suo fianco nelle scene successive. “Muori se vuoi.” Le avrebbe detto “Tua scelta che rispetto. Ma non trascinarci con te, non ne hai il diritto!”

Dando per appurato che Oscar alla Bastiglia non fosse una kamikaze, resta la constatazione che si espone molto. Troppo.

Si tratta di una situazione storicamente credibile e connaturata alla mentalità dell’epoca.

Solo che oggi non la capiamo più. Oggi che lasciar sporgere anche la punta del naso è garanzia sicura di essere uccisi, viene sentito come dovere del comandante NON esporsi, per non lasciare i suoi uomini in preda al caos. Il punto di transizione è dopo l’epoca napoleonica, nella seconda metà dell’800, con l’affermarsi del fucile a retrocarica a canna rigata (due innovazioni che lo resero micidiale). Contemporaneamente, si vede che cambiano le uniformi (da vistose e sgargianti a dimesse e comode, fino ad arrivare alla attuali “mimetiche” che ti fanno letteralmente sparire agli occhi del nemico) e cambia la mentalità (il comandante che si espone non è un eroe ma un pazzo).

Il fatto è che col fucile ad avancarica a canna liscia era molto più difficile per una pallottola “trovare il suo uomo”, e quest’uomo poteva permettersi di essere, ad un tempo, vistoso e audace.

E’ sempre un giocare alla roulette russa, ma c’è una certa differenza tra giocarla con cinque proiettili su sei camere di scoppio, o un solo proiettile su sei…

I vantaggi (dare l’esempio, trovarsi sul luogo dell’azione e poter decidere con sicurezza e rapidità) potevano valere il rischio. Soprattutto considerando l’arretratezza dei mezzi di rilevazione e comunicazione di allora, affidati a staffette a cavallo che potevano cadere, essere ferite, uccise, capire male la situazione o riferirla anche peggio…

Sono noti molti esempi di ufficiali che si assunsero questo “rischio calcolato”. Eccone qualcuno famoso:

– Napoleone al Ponte d’Arcole, così come immortalato dal pittore Jean Gros. Questo quadro ha avuto una notevole influenza sulla Ikeda (ha fatto da base di una sua celebre cover). E’ dubbio se l’episodio sia realmente accaduto, ma il quadro in sé costituisce perfetta sintesi di quel modo di “pensare” l’eroismo. Soprattutto la prima versione, dove lo sguardo dilatato e le labbra contratte esprimono un coacervo di sentimenti, dal terrore della morte imminente, alla dedizione alla causa, alla rabbia verso gli uomini che non lo seguono. Ripeto, è dubbio che Napoleone si sia realmente esposto in quel modo, da solo su un ponte spazzato dal fuoco d’infilata, ma il fatto stesso che l’episodio abbia potuto essere raccontato in questi termini è significativo.

– Joubert a Novi. 15 agosto 1799. Una battaglia decisiva per il controllo dell’Italia. Il generale in capo dell’esercito francese proprio all’inizio dell’attacco austro-russo si reca in ricognizione sulla prima linea, viene colpito da una pallottola e muore qualche ora dopo. Anche se il valente generale Moreau lo sostituisce e in qualche modo tampona la situazione, per i Francesi è un disastro.

– Desaix a Marengo. 14 agosto 1800. Desaix rimane ucciso mentre guida personalmente il contrattacco risolutivo. Questa volta, malgrado tutto, i Francesi vincono… forse anche perché, nella mischia, la morte del generale passa inosservata.

Nelson a Trafalgar. Nelson si espose volutamente in alta uniforme luccicante sul ponte della “Victory”, per incoraggiare gli uomini. Intervistato durante la prigionia, il marine francese che mise a segno il colpo disse, candidamente: “Beh… Potendo scegliere, ho tirato addosso a quello che brillava di più…”

– Napoleone (Ratisbona – Essling). Napoleone si avvicinò volutamente troppo alla prima linea durante l’assalto di Ratisbona, e riportò una leggera ferita ad un piede. Qualche tempo dopo, sul campo di Essling, di nuovo troppo esposto ebbe il cavallo ucciso sotto di sé. I suoi ufficiali minacciarono l’ammutinamento se non si fosse messo al riparo nelle retrovie.

– Moreau a Lipsia. Lo stato maggiore russo finì sotto il fuoco dei Francesi durante una ricognizione. Moreau rimase ferito a morte, ma un attimo prima al suo posto si era trovato l’imperatore Alessandro in persona.